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Orizzonte RomanoROMA; TIBI SUBITO MOTIBUS IBIT AMOR |
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May 02 ARGINE - MemorieAgli occhi si apre appena avanti
La forma composta di un campo piano, Vince il senso della distanza Trasmesso da un compatto rigore. La virtù è il valore che desta Tempi che resistono. Si respirano odori di chiuso, Svelati da ciò che è consumato. Credo nell'immutabile Alti volano i corvi Itinerari eroici Se solo ci fosse un'Era di Gloria Con tutte le Vite di Uomini Compatto, uniforme, austero, denso. Osservo vite di Uomini,
February 08 IANVA - Muri D'AssenzioMuri d’assenzio dentro di noi,
Sorgeva un alba livida. Dal fronte del porto il fuoco iniziò, Sgomenti e scaltri sguardi che Ci si scambiò. Ma non si tremò, benché sbronzi. Una compagine strana, la Legione Fiumana, Con l’ardore incosciente che trascende il presente, Gioia, bestemmia e abbandono in un unico dono, Che degnifica al pari Patria e donne volgari. Però di quante tormente sono stato sorgente, Sul bordo di quanti vulcani mi sono bruciato le mani, Quali alcove agognate nottetempo ho violate, Vita come incursione e sedurre è un’opzione. Muri d’assenzio e tabacco per noi. Quel forte e buon macedone, Un sogno che sfuma nel piombo, si sa, Val bene un’avanguardia estetica, Ma ora è la Realtà … All’armi! Ma già l’artiglieria il sogno spazzava via. Tra la folla impazzita io la scorsi, smarrita. La bruna avventuriera con la bocca da fiera, Disse: “Maggiore, io resto. Dove è Lei lì è il mio posto”. Ed io: “Si metta in salvo, tra un po’ qui farà caldo”. Ci fu un unico bacio, ne ebbi il sangue incendiato, “Ora vada, perdio! Che qui è affare mio, E, se il Cielo ci assiste, ci vedremo a Trieste”. Col suo profumo ancora nelle nari Incontrai il mio destino con tanti miei pari, E un’ infilata di “fuoco fratello” Mi colse di schiena e mi snudò il cervello… January 09 Julius Evola - OrientamentiRiporto alcuni punti essenziali e generali di quest'opera
"È inutile crearsi illusioni con le chimere di un qualsiasi ottimismo: noi oggi ci troviamo alla fine di un ciclo. Già da secoli, prima insensibilmente, poi col moto di una massa che frana, processi molteplici hanno distrutto in Occidente ogni ordinamento normale e legittimo degli uomini, hanno falsato ogni più alta concezione del vivere, dell'agire, del conoscere e del combattere. E il moto di questa caduta, la sua velocità, la sua vertigine è stata chiamata «progresso». E al «progresso» furono innalzati inni e ci si illuse che questa civiltà - civiltà di materia e di macchine - fosse la civiltà per eccellenza, quella a cui tutta la storia del mondo era preordinata: finché le conseguenze ultime di tutto questo processo furono tali da imporre, in alcuni, un risveglio.
Dove, e sotto quali simboli cercarono di organizzarsi le forze per una possibile resistenza, è noto. Da un lato, una nazione che, da quando era divenuta una, non aveva conosciuto che il clima mediocre del liberalismo, della democrazia e della monarchia costituzionale, osò riprendere il simbolo di Roma come base per una nuova concezione politica e per un nuovo ideale di virilità e di dignità. Forze analoghe si svegliarono nella nazione, che, essa stessa, nel Medioevo aveva fatto suo il simbolo romano dell'Imperium, per riaffermare il principio di autorità e il primato di quei valori, che nel sangue, nella razza, nelle forze più profonde di una stirpe hanno la loro radice. E mentre in altre nazioni europee dei gruppi si orientavano già nello stesso senso, una terza forza si aggiungeva allo schieramento nel continente asiatico, la nazione dei samurai, nella quale l'adozione delle forme esteriori della civilizzazione moderna non aveva pregiudicato la fedeltà ad una tradizione guerriera incentrata nel simbolo dell'Impero solare di diritto divino." "Si è in un clima di generale anestesia morale, di profondo disorientamento, malgrado tutte le parole d’ordine in uso in una società dei consumi e della democrazia: il cedimento del carattere e di ogni vera dignità, il marasma ideologico, la prevalenza dei più bassi interessi, il vivere alla giornata, stanno a caratterizzare, in genere, l'uomo del dopoguerra. Riconoscere questo, significa anche riconoscere che il problema primo, base di ogni altro, è di carattere interno: rialzarsi, risorgere interiormente, darsi una forma, creare in sé stessi un ordine e una drittura..."
"Come spirito, esiste qualcosa che può servire già da traccia alle forze della resistenza e del risollevamento: è lo spirito legionario. È l'abitudine di chi seppe scegliere la vita più dura, di chi seppe combattere anche sapendo che la battaglia era materialmente perduta, di chi seppe convalidare le parole dell'antica saga: «Fedeltà è più forte del fuoco» ed attraverso cui si affermò l'idea tradizionale, che è il senso dell'onore o dell'onta, - non piccole misure tratte da piccole morali..."
"Liberalismo, poi democrazia, poi socialismo, poi radicalismo, infine comunismo e bolscevismo non sono apparsi storicamente che come gradi di uno stesso male, che come stadi che prepararono ognuno quello successivo nel complesso di un processo di caduta. E l'inizio di questo processo sta nel punto in cui l'uomo occidentale spezzò i vincoli con la tradizione, disconobbe ogni superiore simbolo di autorità e di sovranità, rivendicò per se stesso come individuo una libertà vana ed illusoria, divenne atomo invece che parte consapevole nell'unità organica e gerarchica di un tutto. E l'atomo, alla fine, doveva trovare di contro a sé la massa degli altri atomi, degli altri individui, ed essere coinvolto nell'emergenza del regno della quantità, del puro numero, delle masse materializzate e non aventi altro Dio fuor dell'economia sovrana. In questo processo non ci si arresta a metà strada. Senza la Rivoluzione Francese e il liberalismo non vi sarebbero stati il costituzionalismo e la democrazia, senza la democrazia non vi sarebbe stato il socialismo e il nazionalismo demagogico, senza la preparazione del socialismo non vi sarebbero stati radicalismo ed infine comunismo."
"Voi dunque vorreste che mentre voi agite, distruggendo e profanando, noi non si «reagisca», ma si stia a guardare, anzi vi si dica: bravi, continuate? Non siamo «reazionari» solo perché la parola non è abbastanza forte e soprattutto perché, noi, partiamo dal positivo, rappresentiamo il positivo, valori reali ed originari, non bisognosi della luce di alcun «sol dell'avvenire»."
"Russia e Nord-America sono da considerarsi come due branche di una stessa tenaglia in via di stringersi definitivamente intorno all'Europa. In due forme diverse ma convergenti agisce in esse una stessa forza, estranea e nemica. Le forme di standardizzazione, di conformismo, di livellamento democratico, di frenesia produttiva, di più o meno prepotente ed esplicito brains trust, di materialismo spicciolo nell'americanismo possono solo servire a spianare la strada per la fase ulteriore, che è rappresentata, sulla stessa direzione, dall'ideale comunista dell'uomo-massa. Il carattere distintivo dell'americanismo è che l'attacco contro la qualità e la personalità non vi si realizza attraverso la bruta coercizione di una dittatura marxista e di un pensiero di Stato, ma è quasi spontaneamente, lungo le vie di una civiltà non conoscente ideali più alti di ricchezza, consumo, rendimento, produzione senza freno, quindi per una esasperazione ed una riduzione all'assurdo di ciò che la stessa Europa elesse, - che gli stessi motivi vi hanno preso forma o ve la stanno prendendo. Ma primitivismo, meccanicismo e brutalità stanno tanto dall'una che dall'altra parte. In un certo senso, l’americanismo per noi è più pericoloso del comunismo: per il suo essere una specie di cavallo di Troia. Quando l'attacco contro i valori residui della tradizione europea si effettua nella forma diretta e nuda propria all'ideologia bolscevica e allo stalinismo, delle reazioni ancora si ridestano, certe linee di resistenza, seppure labili, possono essere mantenute. Diversamente stanno le cose quando lo stesso male agisce in modo più sottile e le trasformazioni avvengono insensibilmente sul piano del costume e della visione generale della vita, come ne è il caso per l'americanismo. Subendo a cuor leggero l'influenza di questo, nel segno della democrazia, l'Europa si predispone già all'ultima abdicazione, tanto che potrà perfino accadere che non vi sia nemmeno bisogno di una catastrofe militare, ma che per via «progressiva» si giunga, dopo un'ultima crisi sociale, più o meno allo stesso punto. Di nuovo, a metà strada non ci si arresta. L’americanismo, volendolo o no, lavora per l'apparente suo nemico, per il collettivismo."
"...questa sfera deve differenziarsi un ordine di valori superiori, politici, spirituali ed eroici, un ordine che - come già dicemmo - non conosce, e nemmeno ammette, «proletari» o «capitalisti», e solo in funzione del quale debbono definirsi le cose per le quali vale vivere e morire, deve stabilirsi una gerarchia vera, debbono differenziarsi nuove dignità e, al vertice, deve troneggiare una superiore funzione di comando, di Imperium."
"Così, come caso particolare, si vedrà secondo quale spirito l'idea corporativa può esser di nuovo una delle basi della ricostruzione: corporativismo non tanto come un sistema generale di composizione statale e quasi burocratica che mantenga l'idea deleteria di opposti schieramenti classisti, bensì come l'esigenza, che all'interno stesso dell'azienda venga ricostruita quell'unità, quella solidarietà di forze differenziate, che la prevaricazione capitalista (col subentrato tipo parassitario dello speculatore e del capitalista-finanziere) da un lato, l'agitazione marxista dall'altro hanno pregiudicato e spezzato. Occorre portare l'azienda alla forma di un’unità quasi militare, nella quale allo spirito di responsabilità, all'energia e alla competenza di chi dirige facciano riscontro la solidarietà e la fedeltà delle forze lavoratrici associate intorno a lui nella comune impresa. L'unico vero compito è, pertanto, la ricostruzione organica dell'azienda, e per realizzarlo non vi è bisogno di usare formule intese ad adulare, per bassi fini propagandistici e elettorali, lo spirito di sedizione degli strati inferiori delle masse travestito da «giustizia sociale». In genere, dovrebbe venire ripreso lo stesso stile di impersonalità attiva, di dignità, di solidarietà nel produrre, che fu proprio alle antiche corporazioni artigiane e professionali. Il sindacalismo, con la sua «lotta» e con quei ricatti autentici di cui esso oggi ci offre fin troppi esempi, è da mettere al bando. Ma, ripetiamolo, a tanto si deve giungere partendo dall'interno. L'importante è che di contro ad ogni forma di risentimento e di antagonismo sociale ognuno sappia riconoscere ed amare il proprio posto, quello conforme alla propria natura, riconoscendo così anche i limiti entro i quali egli può sviluppare le sue possibilità e conseguire una propria perfezione: perché un artigiano che assolve perfettamente alla sua funzione è indubbiamente superiore ad un re che scarti e non sia all'altezza della sua dignità."
"...gerarchia integrale: esse riguardano l'ordine dei mezzi, da subordinare all'ordine dei fini, al quale soltanto corrisponde la parte propriamente politica e spirituale dello Stato"
"Gerarchia non è gerarchismo (un male, questo, che, purtroppo, oggi talvolta cerca di ripullulare in tono minore), e la concezione organica non ha nulla a che fare con la sclerosi statolatrica e una centralizzazione livellatrice. Quanto ai singoli, superamento vero sia di individualismo che di collettivismo si ha solo quando uomini sono di fronte ad uomini, nella diversità naturale del loro essere e delle loro dignità. E, quanto all'unità che deve impedire, in genere, ogni forma di dissociazione e di assolutizzazione del particolare, essa deve essere essenzialmente spirituale, deve essere quella di una influenza centrale orientatrice, di un impulso che, a seconda dei domini, assume forme molto differenziate di espressione. Questa è la vera essenza della concezione «organica»opposta ai rapporti rigidi ed estrinseci propri al «totalitarismo». In questi quadri l’esigenza della dignità e della libertà della persona umana, che il liberalismo sa concepire solo in termini individualistici, egualitari e privatistici, può realizzarsi integralmente. È in questo spirito che le strutture di un nuovo ordinamento politico-sociale vanno studiate, in salde e chiare articolazioni."
"Il piano politico in quanto tale è quello di unità sopraelevate rispetto alle unità definentisi in termini naturalistici come sono anche quelle cui corrispondono le nozioni generiche di nazione, patria e popolo. In questo superiore piano ciò che unisce e ciò che divide è l'idea, un'idea portata da una determinata élite e tendente a concretizzarsi nello Stato. Per questo la dottrina fascista - che in ciò restò fedele alla migliore tradizione politica europea - dette ad Idea e Stato il primato rispetto a nazione e popolo ed intese che nazione e popolo solo entro lo Stato acquistano un significato, una forma e partecipano ad un grado superiore di esistenza. Proprio in periodi di crisi, come l'attuale, bisogna tener fermo a questa dottrina. Nell'Idea va riconosciuta la nostra vera patria. Non l'essere di una stessa terra o di una stessa lingua, ma l'essere della stessa idea è quel che oggi conta."
"Ciò che noi chiamiamo «visione del mondo» non si basa sui libri; è una forma interna che può essere più precisa in una persona senza una particolare cultura che non in un «intellettuale» e in uno scrittore. Si deve ascrivere ,fra i nefasti della «libera cultura» alla portata di tutti, il fatto che il singolo sia lasciato aperto ad influssi di ogni genere anche quando è tale da non poter essere attivo di fronte ad essi, da saper discriminare e giudicare secondo retto giudizio.
Ma di ciò qui non può essere il discorso se non per rilevare che, come stanno attualmente le cose, vi sono correnti specifiche da cui la gioventù d'oggi deve difendersi interiormente. Noi abbiamo parlato per primo di uno stile di drittura, di tenuta interna. Questo stile implica un giusto sapere e specie i giovani debbono rendersi conto dell'intossicazione operata in tutta una generazione dalle varietà concordanti di una visione distorta e falsa della vita, che hanno inciso sulle forze interne. Nell'una o nell'altra forma questi tossici continuano ad agire nella cultura, nella scienza, nella sociologia, nella letteratura, come tanti focolai d'infezione che vanno individuati e colpiti. A parte il materialismo storico e l'economismo, di cui si è già detto, fra i principali di essi sta il darwinismo, la psicanalisi, l'esistenzialismo. Di contro al darwinismo va rivendicata la fondamentale dignità della persona umana, riconoscendo il suo vero luogo, che non è quello di una particolare, più o meno evoluta specie animale fra le tante altre differenziatasi per «selezione naturale» e sempre legata ad origini bestiali e primitivistiche, ma è tale da elevarla virtualmente di là dal piano biologico. Se oggi non si parla più tanto di darwinismo, la sostanza tuttavia permane, il mito biologistico darwiniano nell'una o nell'altra variante vale con preciso valore di dogma, difeso dagli anatemi della «scienza», nel materialismo sia della civiltà marxista che di quella americana. L'uomo moderno si è assuefatto a questa concezione degradata, vi si riconosce ormai tranquillamente, la trova naturale. Di contro alla psicanalisi deve valere l'ideale di un’Io che non abdica, che intende restare consapevole, autonomo e sovrano di fronte alla parte notturna e sotterranea della sua anima e al demone della sessualità; che non si sente né «represso» né psicoticamente scisso, ma realizza un equilibrio di tutte le sue facoltà ordinate ad un significato superiore del vivere e dell'agire. Una convergenza evidente può essere segnalata: la desautorazione del principio cosciente della persona, il risalto dato al subconscio, all'irrazionale, all'«inconscio collettivo» e simili dalla psicanalisi e scuole, analoghe, corrispondono nell'individuo esattamente a ciò che l'emergenza, il moto dal basso, la sovversione, la sostituzione rivoluzionaria dell'inferiore al superiore e il disprezzo per ogni principio di autorità rappresentano nel mondo sociale e storico moderno. Su due piani diversi agisce la stessa tendenza e i due effetti non possono non integrarsi vicendevolmente. Quanto all'esistenzialismo, anche a distinguervi ciò che è propriamente una filosofia - una confusa filosofia fino a ieri restata di pertinenza di ristrette cerchie di specialisti, bisogna riconoscervi lo stato d'animo di una crisi divenuta sistema ed adulata, la verità di un tipo umano spezzato e contraddittorio che subisce come angoscia, tragicità ed assurdo una libertà dalla quale non si sente elevato, a cui si sente piuttosto senza scampo e senza responsabilità condannato in mezzo ad un mondo privo di valore e di significazione. Tutto questo, quando già il miglior Nietzsche aveva indicata una via per ritrovare un senso dell’esistenza e dare a se stesso una legge e un valore intangibile anche di fronte ad un radicale nichilismo, nel segno di un esistenzialismo positivo, secondo la sua espressione: da «natura nobile». Tali sono le linee di superamenti, che non debbono essere intellettualistici, ma vissuti, realizzati nel loro diretto significato per la vita interiore e per la propria condotta. Rialzarsi non è possibile finché si resti come che sia sotto l'influenza di consimili forme di un pensare falso e deviato. Disintossicatisi, si può conseguire chiarezza, drittura, forza." December 31 IraqIERI:
Nazionalizzazione del petrolio, milioni di ettari di terre nazionalizzate e affidate ai contadini, politica di investimenti per desalinizzazione, irrigazione dei campi e concessioni di crediti agevolati alle cooperative agricole, anche femminili. Importanti risporse economiche destinate al settore delle industrie. Sviluppate assistenze dei lavoratori nelle fabbriche con il medico gratuito e la scuola materna interna al luogo di lavoro per i figli delle operaie. Cultura di stato laica. Incentivate con borse di studio, soprattutto le discipline tecnico scientifiche.
Le tre università pubbliche di Baghdad raggiunsero 100.000 iscritti, ma non solo, si pensò anche all’istruzione per chi viveva nelle campagne con un progetto di alfabetizzazione di portata nazionale: "...ad esempio i prigionieri, i normali detenuti delle carceri potevano ottenere un’amnistia o una riduzione della pena se prendevano parte alle lezioni per imparare a leggere o a scrivere e a fine corso superavano l’esame…” Kanan Makiya, storico.
OGGI:
Un popolo allo sbando, un paese distrutto, un Presidente assassinato per aver ucciso 148 sciiti come rappresaglia ad un attentato fallito.
December 29 La Democrazia dei Governi dei BuoniL'esecuzione di Saddam Hussein potrebbe avvenire anche nelle prossime ore, al più tardi entro domani sera. Sul suo trasferimento alle autorità iraqene resta un vero giallo, perchè fonti americane affermano che non è stato ancora consegnato, o che comunque l'esecuzione non avverrà prima del 26 gennaio dell'anno venturo. Sembrerebbe comunque strano qualosa decidessero all'improvviso per la sua immediata esecuzione, forse per impedire che Saddam parli, che faccia sapere al mondo intero ciò che ha da dire su ciò che è accaduto alla sua nazione. Il testimone più scomodo del petrodollaro, dell'Affaire Clearstream, delle manovre raffinatissime del racket internazionale, sotto gli occhi delle Nazioni Unite e di un'intera Comunità Internazionale che ha collaborato al saccheggio dell'Iraq e del Kuwait. Hanno lasciato che un popolo inerme subisse il più terribile genocidio di questi anni per mano statunitense, hanno catturato il suo Presidente in una botola per umiliarlo dinanzi agli occhi della mondovisione.
Dopo un processo assolutamente iniquo, quando i suoi avvocati e i suoi testimoni più importanti sono stati tremendamente trucidati, si prepara la sua , immediata o meno, impiccaggione, la condanna che spetta ai traditori e ai ladri. Perchè allora anticipare con tanta tempestività la sua morte, senza alcun motivo apparente? Lascino almeno che siano esaudite le sue ultime volontà, che lo facciano parlare all'intero mondo per dargli l'occasione di dire cosa questi Signori sono stati capaci di fare per rubare il petrolio e l'oro dell'Iraq. Questa è la nostra democrazia, l'arma dei Governi dei Buoni, lo strumento dell'etnocidio, che parla di pace ma lascia dietro di sé morte e i marchi delle Multinazionali. Per far sopravvivere il nostro mondo, costruito sempre sul saccheggio, oggi uccidiamo un Presidente, uccidiamo un popolo e diciamo che abbiamo fatto giustizia portando "la Democrazia"... CHI E' IL CARNEFICE ORA?
La condanna di Saddam è stata eseguita con così tanta fretta e in maniera inaspettata da lasciare il mondo intero stranito dinanzi ad un grande spettacolo di fine anno. L'esecuzione è stata fredda e cruenta, trasmessa da tutti i media del mondo come le immagini cult dell'anno nuovo: della civiltà e della democrazia che è stata portata lì dalla guerra non ne abbiamo visto alcuna traccia.
Hanno organizzato il tutto, lanciando la notizia dell'esecuzione e contemporaneamente la sua smentita, sincronizzando i tempi delle trasmissioni televisive, per poi presentare le immagini dell'impiccagione così reali. La cosa più terribile è stata quella di filmare la morte con un cellulare, con audio e ultime immagini del Rais morto, trasmesse poi deliberatamente per infangare ancora di più la sua dignità, togliergli anche il diritto di morire da uomo. Il governo irakeno ha poi affermato che quel video ha danneggiato l'Iraq, quando poi loro stessi non hanno vigilato al rispetto della censura delle immagini: è ovvio che qualcuno all'interno della sala ha filmato liberamente, senza nessun problema e ha avuto poi la possibilità di trasmetterlo al mondo intero. Com'è possibile tollerare un atto così infame?
Lo hanno ucciso nel "giorno del sacrificio", un giorno sacro per i musulmani, paragonabile alla Pasqua cristiana. Mentre preparavano la sua morte Saddam è stato maltrattato, insultato, le persone gridavano "Va' all'inferno", bestemmiando e imprecando, spingendo un funzionario ad intervenire per mettere il silenzio: lo stesso Saddam grida di contro coloro che lo insultano.
E' davvero ridicolo sentire i nostri capi di Stato condannare l'esecuzione se poi nessuno ha alzato un dito per rendere quel processo equo, equilibrato, nessuno è intervenuto quando i suoi avvocati e suoi testimoni sono stati trucidati rendendo le udienze una vera farsa. Significa dunque che l'America e il Tribunale di Bagdad ha eseguito sono il lavoro sporco di un progetto a cui ha partecipato l'intera Comunità Internazionale. I nostri politici sono responsabili, hanno stretto la mano al boia, hanno messo quella corda, perchè mentre finanziavano le cosiddette missioni umanitarie hanno causato una sanguinaria guerra civile che forse non avrà fine.
Saddam è stato condannato per un protocollo da lui stesso firmato in cui viene dettagliatamente spiegato come e dove eseguire la strage dei curdi, ma non è stata data alcuna spiegazione su chi forni le armi batteriologiche per effettuare lo sterminio. E' davvero strano che nessuno abbia mai spiegato che per anni hanno finanziato e armato l'Iraq per alimentare un conflitto nel Golfo, che l'invasione del Kuwait e l'incendio dei pozzi di petrolio dava inizio ad un grande business per le Banche e i Magnati del petrolio. Adesso si riempiono la bocca di belle parole di giustizia, ma nessuno ha sprecato quelle stesse parole prima che avvenisse l'esecuzione: la verità è che l'Unione Europea, l'Onu e tutte le alte sfere di potere sono responsabili. Sono ridicoli se condannano la pena di morte, e allo stesso tempo si preparano a ratificare la Costituzione Europea, che contiene delle norme che ammettono la pena capitale per garantire la sicurezza nazionale. Quella di Saddam non è stata una condanna per la sicurezza mondiale? L'Unione Europea, a partire dal gennaio 2007, renderà effettivo l'accordo con gli Stati Uniti per la trasmissione dei dati personali e delle carte di credito, dei viaggiatori diretti in America: le Istituzioni che dovrebbero cautelarci ci stanno vendendo in realtà. L'America non deve meravigliersi più di niente, così come noi non ci meravigliamo più di quello che questo Stato "garantista" è in grado di fare, non hanno più limiti ormai perchè gli Stati non esistono più. Le Organizzazioni Umanitarie che condannano i genocidi, le torture e i crimini di guerra, sono rimaste in silenzio quando la popolazione irakena e il suo Presidente sono stati trucidati. La differenza che esiste tra questa impiccagione e le esecuzioni americane è che gli americani prima di uccidere sterilizzano la siringa al condannato, come forma di rispetto, mentre in questo caso il condannato è stato crudemente impiccato e insultato. etleboro.blogspot.com December 27 La giustizia dei vincitoriC’è una ‘giustizia su misura’ per le grandi potenze occidentali, che godono di un’assoluta impunità per le guerre di aggressione di questi anni, giustificate come guerre umanitarie o come guerre preventive contro il terrorismo. E c’è una ‘giustizia dei vincitori’ che si applica agli sconfitti e ai popoli oppressi, con la connivenza delle istituzioni internazionali, l’omertà di larga parte dei giuristi accademici e la complicità dei mass media. In realtà solo la guerra persa è un crimine internazionale. Premessa Fino alla conclusione della seconda guerra mondiale, il diritto internazionale aveva previsto, per gli Stati che avessero violato le sue norme, sanzioni di carattere politico, economico o territoriale. Non era invece prevista la punizione di soggetti individuali. Importanti trattati multilaterali escludevano che gli individui potessero essere considerati, accanto agli Stati, soggetti dell'ordinamento giuridico internazionale e quindi passibili di sanzioni penali. Ma a partire dai primi decenni del Novecento, sotto l'influenza della cultura nordamericana, si è andata affermando in Occidente la duplice idea che la guerra di aggressione dovesse essere considerata un crimine internazionale e che fosse necessario introdurre la giustizia penale nell'ordinamento internazionale per punire, assieme ai responsabili di ogni altro crimine di guerra, anche i responsabili di una guerra di aggressione. L'esordio di questa radicale svolta nella concezione giuridica della guerra fu l'incriminazione, alla fine del primo conflitto mondiale, del Kaiser Guglielmo II di Hohenzollern. Gli Stati vincitori lo accusarono di «oltraggio supremo contro la moralità internazionale e la santità dei trattati» e ne chiesero la consegna perché intendevano processarlo come criminale di guerra davanti a una corte composta da giudici da essi designati. Il processo non ebbe luogo, ma ciò che era stato tentato senza successo contro il vecchio imperatore tedesco venne realizzato dopo circa un ventennio dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. A Norimberga e a Tokyo vennero organizzati dei Tribunali penali internazionali per processare i nemici sconfitti. Ventidue gerarchi nazisti e ventotto alti esponenti dell'amministrazione e dell'esercito giapponese furono sottoposti a giudizio. A conclusione dei due processi vennero irrogate pene esemplari, fra cui diciassette condanne a morte, che furono immediatamente eseguite. Quasi cinquecento furono le esecuzioni di cittadini tedeschi a conclusione di successivi processi che americani, britannici e francesi organizzarono a Norimberga e in altre città della Germania. Poco si sa dei molti processi organizzati dai sovietici nei territori da loro occupati. Nel frattempo le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale - in sostanza gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l'Unione Sovietica - si erano date appuntamento a Dumbarton Oaks, nei pressi di Washington, e avevano steso la Carta delle Nazioni Unite che poi di fatto avevano imposto ai cinquanta Stati invitati nel 1945 a San Francisco. Nella Carta la guerra di aggressione viene considerata un crimine e si assegna al Consiglio di sicurezza il compito di usare la forza per impedirlo o per sanzionarlo. Ma le potenze vincitrici, grazie al potere di veto che si sono attribuite, possono impunemente usare la forza militare: nel dopoguerra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica lo hanno fatto sistematicamente senza subirne alcuna conseguenza. Le due superpotenze si sono impegnate in lunghe guerre di aggressione - gli Stati Uniti in Vietnam, l'Unione Sovietica in Afghanistan - o in singoli atti di aggressione, come gli interventi degli Stati Uniti, fra il 1954 e il 1986, in Guatemala, Libano, Cuba, Santo Domingo, Grenada, Libia, Panama, e come le azioni militari dell'Unione Sovietica in Europa orientale nel 1956 e nel 1968. Dopo la lunga pausa della guerra fredda, l'esperienza della «giustizia dei vincitori» si ripete a partire dai primi anni novanta e riguarda i vertici politici e militari della Repubblica federale jugoslava, con in testa l'ex presidente Slobodan Milosevic. Demonizzato come il massimo responsabile delle guerre balcaniche e come il mandante di gravissime violazioni dei diritti dell'uomo, inclusa la «pulizia etnica» in Bosnia-Erzegovina e nel Kosovo, Milosevic viene «consegnato» dal governo jugoslavo al Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia. In realtà il governo cede a un ricatto economico degli Stati Uniti e alle pressioni della NATO, che con un blitz cattura l'ex presidente e lo trasporta all'Aja, sede del tribunale. Qualche anno più tardi, in Iraq, la «giustizia dei vincitori» investe gli esponenti politici e militari del partito Ba'th, in primis il presidente della Repubblica Saddam Hussein, anch'egli accusato di gravissime violazioni dei diritti umani. L'ex presidente dell'Iraq viene catturato e recluso in un luogo segreto da milizie statunitensi, e viene processato a Bagh-dad da un Tribunale speciale iracheno, voluto e organizzato dagli Stati Uniti, che occupano militarmente il paese. Sia Milosevic che I lussein sono stati incarcerati e sottoposti a processo per volontà degli Stati Uniti e della Gran Bretagna dopo la conclusione vittoriosa di due guerre di aggressione: quella «umanitaria», in nome delle tutela internazionale dei diritti dell'uomo, scatenata nel 1999 dalla NATO contro la Repubblica federale jugoslava, e quella «preventiva» contro l'Iraq, iniziata nel 2003 e ancora tragicamente in corso. Se non fosse improvvisamente scomparso nel marzo 2006, Milosevic sarebbe stato condannato all'ergastolo, non essendo prevista la pena di morte dallo statuto del Tribunale, mentre il dittatore Saddam Hussein, stando agli auspici del presidente Bush, sarà giustiziato: l'incertezza sembra riguardare solo la modalità dell'esecuzione. Si tratta comunque di una giustizia retributiva, esemplare, sacrificale, secondo il «modello di Norimberga». Nulla è invece accaduto ai criminali responsabili delle stragi atomiche di Hiroshima e di Nagasaki dell'agosto 1945, o dei bombardamenti a tappeto delle città tedesche e giapponesi che a conclusione del secondo conflitto mondiale, quando ormai la guerra era già vinta dagli Alleati, hanno provocato centinaia di migliaia di vittime fra la popolazione civile. Nulla è accaduto alle autorità politiche e militari della NATO, responsabili di un crimine internazionale «supremo» come la guerra di aggressione «umanitaria» contro la Repubblica jugoslava. I vertici della NATO si erano macchiati anche di una serie di gravissimi crimini di guerra commessi nel corso dei 78 giorni di ininterrotti bombardamenti della Serbia, della Vojvodina e del Kosovo. La procura del Tribunale dell'Aja, nella persona del procuratore generale Carla del Ponte, ha archiviato tutte le denunce presentate contro la NATO, non esitando a porre la giustizia internazionale - e i diritti dell'uomo - al servizio delle potenze occidentali che avevano vinto la guerra e che sostenevano e finanziavano il Tribunale (e che continuano a farlo). Nel 1991, contro l'Iraq che aveva illegalmente invaso il Kuwait le potenze occidentali, con l'avallo del Consiglio di sicurezza, hanno organizzato una delle più imponenti spedizioni militari della storia umana. La guerra ha mobilitato oltre mezzo milione di soldati della forza statunitense, cui si sono aggiunti i combattenti forniti da numerosi altri paesi. Nel corso dei 42 giorni di bombardamenti è stata utilizzata una quantità di esplosivo superiore a quella usata dagli Alleati durante l'intera seconda guerra mondiale. Le vittime irachene sono state almeno centomila. Dopo la sconfitta, l'Iraq è stato sottoposto dai vincitori, con l'assenso delle Nazioni Unite, a pesanti sanzioni economiche e territoriali che hanno prodotto altre centinaia di migliaia di vittime fra la popolazione civile. Nulla di tutto questo è accaduto dopo l'aggressione e l'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna nel 2003. E si può essere certi che mai verranno puniti i responsabili politici e militari della strage di decine di migliaia di militari e di civili innocenti, compiuta prima in Afghanistan e poi in Iraq dalle armate angloamericane. Del tutto impunita resterà in particolare la strage di civili nella città irachena di Fallujah - la strage al napalm e al fosforo bianco - del novembre 2004. E altrettanto si può prevedere per i crimini commessi dalle milizie israeliane nel corso di decine di anni di occupazione militare della Palestina, per non parlare dell'etnoci-dio in corso in Cecenia. Mi sembra dunque ragionevole denunciare, come ho tentato di fare nelle pagine che seguono, il «sistema dualistico» della giustizia internazionale. C'è una giustizia su misura per le grandi potenze e le loro autorità politiche e militari: esse godono di un'assoluta impunità sia per i crimini di guerra sia, e soprattutto, per le guerre di aggressione di cui in questi anni si sono rese responsabili, mascherandole come guerre umanitarie per la protezione dei diritti umani o come guerre preventive contro il «terrorismo globale». Dal 1946 ad oggi non è mai stato celebrato un solo processo, né a livello nazionale, né a livello internazionale, per crimini di aggressione. E c'è una «giustizia dei vincitori» che si applica agli sconfitti, ai deboli e ai popoli oppressi, con la connivenza delle istituzioni internazionali, l'omertà di larga parte dei giuristi accademici, la complicità dei mass media e l'opportunismo di un numero crescente di sedicenti «organizzazioni non governative», in realtà al servizio dei propri governi e delle proprie convenienze. Sia le istituzioni universalistiche sorte nella prima metà del secolo scorso per volontà delle potenze vincitrici delle due guerre mondiali sia la giurisdizione penale internazionale non hanno dato sinora buona prova di sé. Le Nazioni Unite e le corti penali internazionali si sono rivelate incapaci, non dico di garantire al mondo una pace stabile e universale - utopia kantiana priva di interesse teorico e politico -, ma almeno di condizionare minimamente l'inclinazione delle grandi potenze a usare ad libitum la soverchiarne forza militare di cui dispongono. Questo vale, anzitutto, per gli Stati Uniti d'America, ormai orientati a svolgere il ruolo di una potenza imperiale legibus soluta, che si pone al di sopra del diritto internazionale e in particolare del diritto bellico. È sconfortante dover ripetere amaramente, assieme a Radhabinod Pai, il coraggioso giudice indiano del Tribunale di Tokyo, che «solo la guerra persa è un crimine internazionale». Io non credo che ci sia alcuna differenza se chi si arrende dichiara di arrendersi confidando nella saggezza del vincitore, o nella sua moderazione, o nella sua misericordia. Tutte queste non sono che belle parole. Resta il fatto che il vincitore è il padrone assoluto.[Ugo Grozio, De jure belli ac pacis]Se i princìpi applicati nella sentenza di Norimberga dovessero diventare un precedente, allora al termine della prossima guerra i governi degli Stati vittoriosi processeranno i membri dei governi degli Stati sconfitti per aver commesso crimini definiti tali unilateralmente e con forza retroattiva dai vincitori. C'è da sperare che questo non avvenga.[Hans Kelsen, Will the Judgment in the Nuremberg Trial Constitute a Precedent in International Law?] Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai giorni nostri i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare, e impiccare sotto il nome di criminali di guerra, uomini, politici e generali dei popoli vinti.[Benedetto Croce, Discorso all'Assemblea Costituente] Quando si studierà a fondo la condotta delle nazioni, si scoprirà che esiste una legge per cui solo la guerra persa è un crimine internazionale.[Radhabinod B. Pal, The Dissenting Opinion]
Tratto dal libro La giustizia dei vincitori December 21 Poesia al solstizio
Gli inquisitori hanno tentato di spezzare i nostri corpi, (Enric Duchesne) December 01 Il grande stile, il bello e i fini dell'arte.L'arte, nelle concezioni dei grandi pensatori, è descritta come fenomeno di conoscenza (Aristotele) o di godimento (Platone). Secondo la filosofia idealistica di Hegel, lo spirito assoluto si articola in tre momenti: l'arte, la religione e la filosofia. L'arte è il momento in cui l'assoluto viene colto in forma immediata, attraverso l'intuizione sensibile. L'arte, in effetti, trasporta l'essere in un mondo di apparenze che svelano le realtà proprie - ma spesso celate - della vita: essa rivela, così, l'uomo in tutti i suoi contrasti, positivi e negativi. L'artista, come si è spesso ripetuto, possiede uno spirito profetico e penetrante: "Il pittore è pittore, perché vede ciò che altri solo sente o intravede, ma non vede", scrisse il Croce.
L'arte, dunque, crea nuovi mondi nei quali la realtà naturale e culturale viene riletta in una prospettiva libera ed autonoma e poi trasformata secondo un significato nuovo. Il mondo della fede, della religione e, più generalmente, dello spirito può entrare - e di fatto entra - nella creazione artistica. Se è vero che l'arte è un'espressione della bellezza, si deve pur riconoscere che anche il brutto entra nel campo estetico, così come il male entra nel campo etico. Tuttavia, se sul piano etico è possibile, seppur non sempre facile, delineare razionalmente una morale del bene e del male, come possiamo definire il bello e il brutto nell'arte? In base a quali parametri, criteri e modelli dobbiamo giudicare un'opera d'arte? Sappiamo bene, infatti, che l'arte - in astratto - è dominata dalla soggettività, dal talento e dalla capacità dell'artista, dall'intuizione e dall'interpretazione del genio, dal rapimento dei sensi e dall'ebbrezza del creatore. Non è facile, pertanto, definire il bello ed il brutto: poiché ciò che all'uno parrà bello, ad altri sembrerà brutto; e non potrebbe essere altrimenti, date le diverse sensibilità e la naturale disuguaglianza tra gli uomini. Eppure, il brutto c'è, esiste e va svelato. Secondo il Croce si può esprimere un parere artistico soltanto ripercorrendo e rivivendo interiormente il processo spirituale compiuto dall'artista, servendosi del segno fisico, ossia dell'opera che questi ha lasciato. Il "gusto" s'identifica, così, nel "genio". Per giudicare un artista - ove per artista s'intende sempre e comunque un individuo dotato di stile, talento e creatività e non un ciarlatano qualunque - bisogna, dunque, elevarsi alla sua altezza, fare tutt'uno con lui. Sulla linea del Croce, ma con alcune importanti differenze che in seguito esporremo, anche noi rivendichiamo una certa autonomia dell'arte: essa - nel pensiero del filosofo di Pescasseroli - quale fenomeno di conoscenza intuitiva e lirica, non può essere valutata secondo le categorie del vero, dell'utile, del piacevole (giacché il bello coincide con l'"espressione riuscita") o del moralmente buono. L'arte - affermò giustamente il Croce - può rappresentare contenuti che dal punto di vista morale sono riprovevoli, ma non perciò essa è moralmente riprovevole. Per quel che a noi interessa, ci si chiede se l'arte trovi il proprio fine unicamente in sé stessa (Croce) o se possano anche venirle affidati compiti di istruzione o di educazione morale o politica (Sironi, Hitler, von Schirach). Qui il discorso si fa delicato e complesso. Se da un lato, infatti, ci pare giusto separare il genuino processo artistico dalla politica e dalla morale (affermando, dunque, l'autonomia dell'artista e del prodotto artistico), dall'altro non si può disconoscere e relativizzare il ruolo che l'arte riveste nei processi formativi socio-politici dello stato. Rileggiamo, dunque, il "Manifesto della pittura murale" (1933) di Mario Sironi per delineare una più corposa idea dell'arte come mezzo educativo della nazione-stato. "[…] Nello Stato Fascista l'arte viene ad avere una funzione educatrice. Essa deve produrre l'etica del nostro tempo. Deve dare unità di stile e grandezza di linee al vivere comune. L'arte così tornerà a essere quello che fu nei suoi periodi più alti e in seno alle più alte civiltà: un perfetto strumento di governo spirituale. La concezione individuale dell'"arte per l'arte" è superata. Deriva di qui una profonda incompatibilità tra i fini che l'Arte Fascista si propone, e tutte quelle forme d'arte che nascono dall'arbitrio, dalla singolarizzazione, dall'estetica particolare di un gruppo, di un cenacolo, di un'accademia. La grande inquietudine che turba tuttora l'arte europea, è il prodotto di epoche spirituali in decomposizione. La pittura moderna, dopo anni e anni di esercitazioni tecnicistiche e di minuziose introspezioni dei fenomeni naturalistici di origine nordica, sente oggi il bisogno di una sintesi spirituale superiore. L'Arte Fascista rinnega le ricerche, gli esperimenti, gli assaggi di cui tanto prolifico è stato il secolo scorso. Rinnega soprattutto i "postumi" di essi esperimenti, che malauguratamente si sono prolungati fino al nostro tempo. Benché vari in apparenza e spesso divergenti, questi esperimenti derivano tutti da quella comune materialistica concezione della vita che fu la caratteristica del secolo passato, e che fu profondamente odiosa. La pittura murale è pittura sociale per eccellenza. Essa opera sull'immaginazione popolare più direttamente di qualunque altra forma di pittura, e più direttamente ispira le arti minori. L'attuale rifiorire della pittura murale, e soprattutto dell'affresco, facilita l'impostazione del problema dell'Arte Fascista. Infatti: sia la pratica destinazione della pittura murale (edifici pubblici, luoghi comunque che hanno una civica funzione), siano le leggi che la governano, sia il prevalere in essa dell'elemento stilistico su quello emozionale, sia la sua intima associazione con l'architettura, vietano all'artista di cedere all'improvvisazione e ai facili virtuosismi. Lo costringono invece a temprarsi in quella esecuzione decisa e virile, che la tecnica stessa della pittura murale richiede: lo costringono a maturare la propria invenzione e a organizzarla compiutamente. Nessuna forma di pittura nella quale non predomini l'ordinamento e il rigore della composizione, nessuna forma di pittura "di genere" resistono alla prova delle grandi dimensioni e della tecnica murale. Dalla pittura murale sorgerà lo "Stile Fascista", nel quale la nuova civiltà si potrà identificare. La funzione educatrice della pittura è soprattutto una questione di stile. Più che mediante il soggetto (concezione comunista), è mediante la suggestione dell'ambiente, mediante lo stile che l'arte riuscirà a dare un'impronta nuova all'anima popolare. […] A ogni singolo artista poi, s'impone un problema di ordine morale. L'artista deve rinunciare a quell'egocentrismo che, ormai, non potrebbe che isterilire il suo spirito, e diventare un artista "militante", cioè a dire un artista che serve un'idea morale, e subordina la propria individualità all'opera collettiva. Non si vuole propugnare con ciò un anonimato effettivo, che ripugna al temperamento italiano, ma un intimo senso di dedizione all'opera collettiva. Noi crediamo fermamente che l'artista deve ritornare a essere uomo tra gli uomini, come fu nelle epoche della nostra più alta civiltà. Non si vuole propugnare tanto meno un ipotetico accordo sopra un'unica formula d'arte - il che praticamente risulterebbe impossibile - ma una precisa ed espressa volontà dell'artista di liberare l'arte sua dagli elementi soggettivi e arbitrari, e da quella speciosa originalità che è voluta e rinutrita dalla sola vanità. […] La spiritualità del primo Rinascimento ci è più vicina del fasto dei grandi Veneziani. L'arte di Roma pagana e cristiana ci è più vicina di quella greca. […]".Se queste furono le parole di Sironi, bisogna pur rilevare che il fascismo italiano si distanziò, anche nell'arte, dalle idee nazionalsocialiste e sovietiche. Nell'arte di regime, infatti, ebbero preminenza i valori individualistici ed estetici, valori "sposati" dal Vate Gabriele D'Annunzio, il quale esortava: "Difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio. Difendete il sogno che è in voi!" ( Le vergini delle rocce ). Nonostante fosse avvertita - e sovente realizzata - l'esigenza di un'arte "schiettamente fascista", il regime non adoperò quasi mai una rigida politica di controllo affinché l'arte svolgesse una funzione politica e civile. Durante il fascismo, lo si creda o meno, si lasciò sussistere una discreta autonomia dell'arte. Su altri fronti, invece, la necessità di una connotazione nazionale e popolare dell'arte, nonché di un suo fine educativo, venne rigidamente sostenuta: dal nazionalsocialismo e dal socialismo totalitario. Disse Hitler: "L'arte non trova fondamento nel tempo, ma unicamente nei popoli. L'artista perciò non deve innalzare un monumento al suo tempo, ma al suo popolo. Perché il tempo è qualcosa di mutevole, gli anni sopravvengono e passano. Fintanto che un popolo esiste, è esso il polo fisso in mezzo al divenire dei fenomeni". L'arte nazionalsocialista vuole legarsi al Volk e al Reich, sfida il tempo per fissarsi nell'eternità: così essa rappresenta un mondo di figure archetipiche, libere dal contingente, in un ambiente naturale che riporti alla mente il suolo d'origine, la campagna, la purezza del sangue, la tradizione, il lavoro e l'eroismo in guerra. Il nazionalsocialismo virò, dunque, verso il greco ideale classico della bellezza intesa come perfezione armonica e solare di forme e proporzioni nelle quali anche il nudo, nella sua valenza mitica, si eleva ad una dimensione eterna e trascendente. Concludendo sull'argomento, l'arte nazionalsocialista può così sintetizzarsi: "realismo estatico e profetico". Ed è grande, classico stile quello che accomuna i vari Albert Speer, Arno Breker, Josef Thorak, Adolf Ziegler, Sepp Hilz, Hans Schachinger e tanti altri ancora. Ma continuiamo nella nostra analisi sull'arte realizzando come essa era vissuta nei gloriosi tempi andati. V'è un libro di Johan Huizinga, "L'autunno del Medio Evo", che illustra magistralmente il divario esistente fra l'arte tradizionale dell'età di mezzo e l'arte moderna. Riportiamo alcuni spezzoni: "L'arte, in quei tempi, è ancora strettamente connessa con la vita e la vita si svolge secondo norme salde. [...] È compito dell'arte di adornare di bellezza le forme in cui si svolge la vita. Ciò che si cerca, non è l'arte per se stessa, ma la vita bella. Non è come in tempi posteriori, quando si evade da una routine quotidiana, per trovare conforto ed elevazione nella solitaria contemplazione delle opere d'arte; l'arte viene, al contrario, inserita nella vita stessa, per dar a questa un maggior splendore. Essa è destinata a partecipare ai momenti culminanti della vita, agli slanci sublimi della pietà, come al superbo godimento dei piaceri del mondo. Non si cerca, nel Medioevo, l'arte per amore della bellezza in se stessa. In gran parte è arte applicata, persino nei prodotti che noi saremmo tentati di ritenere opere d'arte per se stanti. [...] I primi germi di un amore dell'arte per se stessa compaiono come aberrazioni: i principi e i nobili accumulano oggetti d'arte, che formano a poco a poco delle collezioni; tali oggetti perdono allora ogni utilità pratica e vengono goduti come una curiosità, come parti preziose del tesoro del principe; ed è così che nasce il senso artistico vero e proprio, che si sviluppa poi nel Rinascimento. […]".Il mondo umano tradizionale ignora, pertanto, 1'idea di un "godimento estetico", il concetto di "bellezza artistica", poiché esso è educato ad un'idea dell'arte che lo rende compartecipe delle forze spirituali operanti nel tempo: forze immutabili, vive ed eterne. Secondo la lettura dell'Huizinga, l'artista modernamente inteso - il "genio", l'individualità, l'Io - trova spazio soltanto dopo il declino dell'ordine medievale, dal tempo del Rinascimento all'Illuminismo, dal Romanticismo all'Arte Moderna. Eppure, tale spirito individualista fu pure scosso dall'atmosfera politica e culturale del primo dopoguerra quando un nuovo classicismo, formale ed essenziale, si abbatté su ogni arbitrio, fantasia e gusto della precedente arte borghese. Un nuovo realismo, chiaro e puro come il "dorico", si andò affermando in parallelo con le nuove idee politiche fasciste e nazionalsocialiste (nonché sovietiche). Realismo che non significò sempre omologazione o anonimato artistico (Sironi) ma recupero del "grande stile" dedito all'opera etica collettiva: c'è posto per il talento e la creatività ma a patto che queste qualità imprescindibili servano la nazione e procedano di pari passo con l'Idea. In definitiva, ci sembra saggio affermare che l'arte non può relegarsi al solo ambito individualistico ed egocentrico ma deve, anzitutto, operare per la civiltà, lo spirito e la nazione. Bisogna, in tal senso, giungere ad una nuova sintesi tra le correnti estetizzanti / individualistiche e quelle tradizionali / etiche, scindendo opportunamente i campi secondo le esigenze: può esistere e deve esistere un'arte nazionale e popolare, educatrice e morale, essenziale e realista, e può aversi e deve aversi un'arte "inaccessibile" e "aristocratica" per le èlites e i "pochissimi" cui è dato di "esplorare". Il senso di questa nostra sintesi organica lo rinveniamo in Evola: "[…] Qui, a prevenire ogni equivoco, sarà però bene mettere in evidenza che la condizione opposta, da giudicare normale e creativa, non è quella di una cultura al servigio dello Stato e della politica (della politica, sempre nel senso degradato moderno), ma è quella in cui un'unica idea, il simbolo elementare e centrale di una data civiltà, manifesta la sua forza e esercita un'azione parallela congeniale, spesso invisibile, sia sul piano politico (con tutti i valori, per nulla solo materiali, che dovrebbe riferirvisi in ogni vero Stato), sia su quello del pensiero, della cultura e delle arti: il che esclude ogni scissione o antagonismo principale fra i due domini, come pure ogni bisogno di intromissioni estrinseche. Appunto perché non esiste più una civiltà di tipo organico […] oggi sembra quasi fatale l'alternativa - in sé falsa e deleteria - di un'arte e di una cultura neutre […] ovvero asservite a forze politiche pure e semplici, degradate, come ne è il caso nei totalitarismi […]." (da Cavalcare la tigre).In ogni caso, avvertiamo la necessità di condannare e, possibilmente abbattere, gli orrori e gli sgorbi dell'arte moderna, contemporanea e post-moderna, delle cosiddette arti "pop", "junk", "trash" et similia: ivi troviamo, per davvero, il "brutto", l'abominio che aggredisce il talento e il "genio" tradizionale, sopravvissuto - in buona parte - sino all'Ottocento, secolo in cui già si intravide - seppur in misura lieve e piuttosto tollerabile - una deformazione dello stile. Hitler fu brillante nel parlare di "arte degenerata" e noi condividiamo pienamente questa definizione riguardo certe forme - presunte - "artistiche" del mondo moderno. Proviamo per un attimo a liberarci di tutti quei luoghi comuni sull'arte e compariamo, ad esempio, nel periodo del Novecento, la "Bäuerliche Venus" (1939) di Sepp Hilz con la "Marie Therese" (1937) di Pablo Picasso e la "Young virgin" (1954) di Salvador Dalì o, anche, "Il giudizio di Paride" di Adolf Ziegler con "Les Demoiselles d'Avignon" (1907) dello stesso Picasso. Non v'è confronto, crediamo, tanto ampio è l'abisso che separa, nel caso in esame, lo stile dell'arte nazionalsocialista da quello moderno e degenerato. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta, appunto, di stili differenti, di personalità artistiche diverse, di concezioni distanti tra esse e per questo non opportunamente comparabili. Si badi però: non si discute dell'effettiva abilità e genialità dei tipi in questione ma della aderenza o meno delle loro opere al "grande stile" (Nietzsche). La borghesia materialista moderna vive l'arte nella dimensione della vanità, della valutazione economica e del gusto bizzarro ed eclettico: essa ignora lo stile, il realismo e la tradizione e difende il "brutto" spacciandolo per "bello" ed "originale". Noi ci opponiamo a questa visione deleteria rimarcando l'aderenza all'arte dei grandi tempi che furono. Risiede in queste idee, dunque, il nostro rispetto della individualità nell'opera d'arte: non può concepirsi una grande opera se non in comunione con lo stile e lo spirito che animò la civiltà europea e l'arte nei secoli precedenti il Novecento. Il "brutto" è prodotto moderno, lo sgorbio appartiene a "loro" e non a "noi", spiritualmente legati al passato. Basti visitare, come noi cultori del "bello" facciamo, la Galleria degli Uffizi in Firenze per ammirare opere d'arte cui davvero può attribuirsi l'aggettivo di "superiori": ai nomi di Giotto, Simone Martini, Piero della Francesca, Beato Angelico, Filippo Lippi, Botticelli, Mantegna, Correggio, Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Caravaggio, Dürer, Rembrandt, Rubens - tanto per citarne alcuni - è d'obbligo inchinarsi e fermarsi come per incanto. di Gianfranco Mancusi
November 19 Da un punto di vista magico, il nemico è estremamente chiaro:Se la Magia è supremazia dello spirito, sono nemiche le dottrine infere della Materia.
Se la Magia è lotta e vittoria, sono nemiche le dottrine della codardia e della diserzione.
Se la Magia è assoluta coerenza con una Verità interiore e divina, sono nemiche le dottrine del compromesso e del trasformismo.
Se la Magia è suprema ascesi dell'Io, finchè esso giunga alle regione dove l'Io si trasfigura, sono nemiche le dottrine dell'uomo massa e dell'egualitarismo.
Se la Magia è tradizione che scorre nelle vene della Storia, sono nemiche le dottrine della negazione dei valori.
Valori etici... Onore, onestà, autodisciplina, distacco: questi sono gli assi portanti della vita, ed ancor più della Magia.
Questo è un tempo in cui crollano i Muri aberranti di impotenza e di paura: ma sono muri di pietra e di filo spinato, che una folla può demolire.
Altri muri rimangono in piedi, nei cuori e nelle coscienze, che solo la ferrea volontà può abbattere.
Ain Soph Un Nuovo Sole ad Occidente...Si è spento un altro fuoco mentre attorno il sole muore
è nata un'altra guerra mentre il cielo si commuove. Innalzano i vessilli dell'arroganza eterna figli dello sciacallo e padroni della terra. Le strisce ci imprigionano, il nuovo ordine salutano le stelle ci bombardano, verso il nulla ci conducono. Si schiantan le certezze su questo mio presente e intanto un nuovo sole brucia il mondo d'occidente. Si spegne ogni certezza incisa nella memoria vivono di rendita i mercanti della storia. Non cederanno gli uomini al soldo e alla paura resterà solo vivere una vita più dura. Volano le bandiere, cadono le frontiere e intanto fuori il mondo brucia mentre il sole muore e non illumina più noi. Der Blutharsch
October 18 Kshatriya“Kshatriya” è il nome sanscrito della nobile casta guerriera. Dal momento che consideriamo la cultura indo-aria quale prototipo dell’intera cultura indoeuropea, il nome è valido anche per l’Europa.
Esso riconduce alla persona di Evola, che fu soprannominato “Kshatriya” per un lungo periodo, ma può anche significare che io e gli altri collaboratori non abbiamo tanto importanza in quanto persone – come nel caso di Evola, il quale, di là dai grandi meriti nella corrente tradizionale, non è importante quanto il principio che tentò di impersonare: quello della sacralità guerriera. In questo senso di depersonalizzazione al servizio della Tradizione, il proposito ultimo di “Kshatriya” è di costruire un ordine invisibile di osservatori e guardiani che preparino il risveglio d’Europa. La Tradizione può oggi in quest’età oscura (Kali Yuga) essere difesa solo da guerrieri, che mantengano uno spirito filosofico, cioè non focalizzato sugli effetti materiali dell’agire».
Respingono totalmente il mondo moderno, senza ritirarsi a un livello neo-primitivista, il che invece è la regola tra i gruppi neopagani e “wicca”, che tentano di rimodellare l’eredità pagana nei culti animistici e demoniaci (e persino satanici) che potrebbero essere adatti a tribù africane, guidati dalle forze sciamaniche (che Guénon definì giustamente la forza principale della sovversione spirituale). Queste influenze sovversive “dal sottosuolo” sono all’opposto di “Kshatriya”. Ci troviamo nel mezzo di un nuovo Kulturkampf tra quelli che confondono qualunque cosa religiosa e spirituale con il veleno della New Age, al servizio segreto delle forze del Nuovo Ordine Mondiale, e coloro che difendono i valori delle culture religiose e tradizionali. La questione della specifica religiosità è la cosa meno importante nella “guerra culturale”: sia questo il cattolicesimo romano nella vera fede (cosidetti lefebvriani), musulmani, pagani culturali (senza stregonerie o l’influenza primitivistica di cui ho parlato prima), o “di là da teismo e ateismo”, come Evola definì la via tantrica sui generis. Tutti questi hanno più in comune che i loro avversari, i quali vogliono condurli in guerre religiose invece che combattere insieme contro il degrado dell’umanità nella perversione della società materialistica. Questa è la linea di demarcazione difficile a difendersi in questo mondo che cade, ma è la linea di vetta che dobbiamo sostenere in ogni caso.
Martin Schwarz
Fedeltà, è più forte del fuoco! Rialzarsi, risorgere, creare una forma e un'ordine! In piedi tra le rovine! Scegliere la strada più dura, Forgiare il nostro coraggio, Rinati fino nel sangue, Forti del nostro onore! October 16 La tirannia globale della "democrazia"
L'Europa si prepara ad entrare nell'era dell'identità elettronica, della digitalizzazione dei dati personali, con il cosiddetto Sistema di Informazione di Schengen (SIS II). Questo costituirà un'enorme banca dati in cui confluiranno le informazioni di 26 paesi, ossia 450 milioni di persone, per supportare le attività di intelligence e di investigazione dell'Unione Europea e garantire un continuo monitoraggio dei movimenti e delle informazioni delle persone che "liberamente circolano" nello spazio di Shengen. L'Intelligenza che gestirà questo enorme bagaglio dei dati sarà la Commissione Europea o un'agenzia esterna appositamente creata. Michele Altamura
October 02 La "Gene Revolution" e i semi suicidiLa ricerca scientifica per sfamare l'intero mondo e creare nuove risorse ha creato le nuove scienze, i nuovi credo: le biotecnologie, ossia la frontiera tra gli esseri viventi e le macchine. Gli enti di ricerca privati, finanziati dalle fondazioni bancarie, studiano per noi gli organismi geneticamente modificati (OGM), ibridi non esistenti in natura con caratteristiche che dovrebbero superare i limiti che l'evoluzione ha dato alla natura. Maestra della biotecnologia alimentare è la Monsanto, nata nel settore farmaceutico, specializzata in quello chimico. È difficile che qualcuno che non l'abbia mai sentita nominare perché è stata una dei produttori dell'Agente Arancio, erbicida usato durante la Guerra del Vietnam, e di un ormone sintetico, Posilac, per il bestiame, che, una volta entrato nella nostra catena alimentare, ha fatto danni irreparabili. Da circa 15 anni la Monsanto, come la DuPont e la Dow Chemicals, commercializzano semi geneticamente modificati, i cd "semi suicidi", provenienti da un progetto del governo degli Stati Uniti risalente al 1983. I semi suicidi producono un solo raccolto, ossia danno vita a frutti sterili, dai quali non è possibile estrarre dei semi per ricominciare il ciclo vitale: i coltivatori sarebbero così costretti a rivolgersi ogni volta al suo fornitore per ogni raccolto. Sui semi suicidi esiste un Brevetto ( US patent # No 5 723 765, del 1998) attribuito alla Delta & Pine Land - un anno dopo comprata da Monsanto - in comproprietà con il Ministero dell'Agricoltura del governo statunitense, con il nome "Controllo genetico delle piante". Il brevetto ha copertura globale e copre ogni specie di pianta e seme transgenico e convenzionale, che tuttavia permette di controllare la sterilità del raccolto. Una grande operazione commerciale per distruggere l'economia di sussistenza dei paesi, per renderla patologicamente dipendente da una società privata, che può diventare così molto più potente dello Stato stesso. Tecnologia Terminator - Monsanto La loro introduzione è stata pubblicizzata con uno slogan contro la fame nel mondo, come la soluzione alla scarsa produzione a causa della desertificazione o della glaciazione. Così ce li hanno imposti e sono entrati nella nostra alimentazione con un'etichetta certificata dall'Unione Europea. Nel 2005, l' Indipendent on Sunday, ha pubblicato un rapporto segreto della Monsanto che comprovava che i semi di mais e di soia erano mortali per le cavie animali su cui erano stati testati. Nello stesso periodo, il Consiglio dei ministri europei dell’ambiente, ha autorizzato la commercializzazione del mais Monsanto 863 ma solo per la produzione di mangimi per animali, nonostante erano stati proprio dei mangimi modificati a fare troppi danni agli allevamenti, e non dimentichiamo la mucca pazza. Di risposta l'Italia si e' schierata nettamente contro l’autorizzazione rilasciata dalla CEE, dopo che già l'Austria, la Germania, il Lussemburgo, la Francia e la Grecia avevano proibito l'uso e la commercializzazione di semi di grano e colza Monsanto. Occorre aspettare e vedere sin dove l'Ue vuole spingersi, e sicuramente sarà pronta a sfornare studi di eccelsi comitati di studi, di qualche British University, che ne escludano la pericolosità. In Italia i semi dalle grandi multinazionali già arrivano nei nostri vivai, che li utilizzano per vendere le piantine, distribuiti medianti forme di polistirolo che non consentono agli agricoltori si sapere chi ha prodotto quei semi. I semi suicidi sono anche omicidi, hanno provocato un'etnocidio dei popoli del terzo mondo e presto anche dei nostri post-industriali, perché entrano nella nostra produzione agricola essendo più resistenti alle avversità climatiche a ai parassiti, il raccolto è abbondante e apparentemente perfetto, e per questo uccidono le specie locali, eliminando la diversità delle piante. Le derrate alimentari sono diventate certificate, brevettate, autorizzate dai presidi sanitari, e non ci si spiega come mai d'un tratto la natura sia diventata fuori legge, imperfetta solo perché anti-economica secondo la logica delle multinazionali. Questo è un vero e proprio crimine, tanto atroce quante più certificazioni ha alle spalle, come è un crimine la distruzione delle specie locali mediante virus anomali, virus intelligenti potremmo definirli. La "virosi" per esempio ha colpito il pomodoro San Marzano, ortaggio del sud Italia dalle nobili proprietà perché resistente e con grandi rese nella sua trasformazione. I virus producono uno sviluppo vegetativo stentato e perdite di produzione che possono riguardare anche tutto il raccolto, che viene contaminato automaticamente, per cui le autorità sanitarie prescrivono di "usare esclusivamente materiale sano e certificato ai sensi della normativa fitosanitaria e di eliminare le piante ed i residui infetti". Molti laboratori oggi studiano il vaccino per la virosi, ma perché non si interrogano sulla sua comparsa, sulla sua diffusione: chi ha fatto questo virus e perché? Per entrare in un mercato devi distruggere i tuoi concorrenti, se non puoi comprarli o trasformarli: la vegetazione viene così prima ammalata, poi sostituita con altre piante per poi trasformare anche le altre che sono intorno. Il fondo monetario, l'Ue e la Wto devono essere denunciati per etnocidio perché sono più di 15 anni che si conoscono gli effetti degli OGM . I nostri politici non hanno più il controllo di niente, la Guardia di Finanza controlla i piccoli negozianti, le piccole imprese, ma in realtà fanno i guardiani dei boia e non dell'Italia e degli italiani. L'agricoltura italiana è preziosa per il pregio delle sue specie, oggi invece è stata messa in ginocchio dalle leggi del mercato e oggi il suo futuro è nelle mani delle Politiche Comunitarie che finanziano le coltivazioni biologiche e dettano le quote alimentari. Ma avete mai visto morire qualcuno per eccessivo utilizzo di latte o grano? Allora perché rendere gli allevatori e i coltivatori dei fuorilegge per il semplice fatto che hanno sforato la quota comunitaria. Nessuno semmai dice che sono messi fuori legge perché hanno violato un patto: la Comunità Europea è disposta a finanziare se la produzione segue le direttive. Questa si chiama politica economica o etnocidio? Quello prettamente economico è solo un aspetto di qualcosa ben più complesso. Il progetto "Terminator" si è adattato perfettamente alla ricerca scientifica della Fondazione Rockefeller 'Gene Revolution'. La "Rockefeller Fondation" consigliò la Monsanto di proporre il progetto dei semi suicidi alle istituzioni pubbliche, in modo da superare quell'ostacolo psicologico dell'opinione pubblica, controllata tra l'altro da Green Peace e Noglobal. I semi terminator entrano così nella ricerca per lo sviluppo della rivoluzione genetica e dell'ingegneria genetica, ossia un'area di ricerca della Fondazione di Rockefeller, che devolve al Laboratorio di Biologia Molecolare di New York, di $100 millions per creare la loro "Gene Revolution". Capire chi sta dietro questa struttura criminale fa totalmente cambiare la prospettiva del problema e fa sorgere l'atroce dubbio che il controllo delle derrate consenta non solo un controllo economico sui paesi, ma anche una manipolazione dell'alimentazione. La "gene revolution" ci vuole trasformare, vuole cambiare la nostra struttura genetica, cambiando ciò che mangiamo. È in atto così un processo di disumanizzazione, che stravolge la nostra mappa genetica, la nostra storia e la nostra identità, standardizzandola e rendendola più adatta a successive manipolazioni. I media scolpiranno le nostre menti, mentre le nanobioteconologie, diffuse con vaccini e impianti, ci renderanno dei perfetti ibridi tra l'uomo e macchina. Tutto questo tuttavia non sarebbe possibile senza un'adeguata preparazione della razza umana a trasformarsi, ad accettare la sua nuova vita, il suo nuovo essere. etleboro.blogspot.com September 29 Senza sovranità nazionale, c’è solo un futuro da schiaviCi sono molti modi, oggi, per combattere una guerra. Quello più tradizionale, con le bombe e i soldati, ed altri, più subdoli, fatti di embarghi economici più o meno dichiarati. Esistono poi altre forme, ancora più mascherate, che passano attraverso la progressiva spoliazione della sovranità nazionale del nemico, fino a ridurlo in una condizione di completa sudditanza.
"Agli Stati Uniti dico: non potrà mai esserci un vero stato di pace fino a quando il rispetto all'integrità della sovranità nazionale non prevale su tutto il resto. September 24 Rettitudine interiore
«Coloro che esitano davanti allo sforzo sono coloro la cui anima è ottusa. Un grande ideale dà sempre la forza di dominare il proprio corpo, di soffrire la fatica, la fame, il freddo…la facilità addormenta l’ideale. Niente lo risveglia meglio che la sferza della vita dura: essa ci permette di cogliere le profondità dei doveri da compiere, della missione di cui occorre essere degni. Il resto non conta. La salute non ha alcuna importanza. Non si è sulla terra per mangiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni od oltre. Tutto questo è vano e sciocco…l’anima sola conta e deve dominare tutto il resto. Breve o lunga, la vita vale soltanto se noi non avremo da vergognarcene nel momento in cui occorrerà renderla». L. Degrelle
«possa tornare a rivelarsi e a farsi valere concretamente una dimensione spirituale, sacrale o metafisica, della realtà in una umanità che concepisce l'universo in puri termini di scienza moderna e di tecnica, quindi in un modo disanimato» J. Evola
«Si lascino pure gli uomini del tempo nostro parlare, con maggiore o minore sufficienza e improntitudine, di anacronismo e di antistoria. [...] Li si lascino alle loro 'verità' e ad un'unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine. [...] Rendere ben visibili i valori della verità, della realtà e della Tradizione a chi, oggi, non vuole il 'questo' e cerca confusamente l''altro' significa dare sostegni a che non in tutti la grande tentazione prevalga, là dove la materia sembra essere ormai più forte dello spirito» J. Evola «A lato delle grandi correnti del mondo, esistono ancora individualità ancorate nelle ‘terre immobili’ [...]. Essi mantengono le linee di vetta, non appartengono a questo mondo - pur essendo sparsi sulla terra e spesso ignorandosi a vicenda sono uniti invisibilmente e formano una catena infrangibile nello spirito tradizionale. [...] In virtù di essi la Tradizione è presente malgrado tutto" J. Evola September 17 Sulle premesse spirituali dell'impero
Il problema dell’impero, nella sua espressione più alta, è quello di una organizzazione supernazionale tale, che in essa l’unità non agisca in modo distruttivo e livellatore nel riguardo della molteplicità etnica e culturale da essa ricompresa. Così impostato il problema dell’impero ammette due principali soluzioni, che sono quella giuridica e quella spirituale. Secondo la prima, l’unità dell’impero è quella di una semplice organizzazione politico-amministrativa, di una legge generale di ordine, nel senso più empirico del termine. In questo caso le qualità, le culture e le tradizioni specifiche dei varii popoli raccolti dall’impero non sono lese, per il semplice fatto che l’impero resta, rispetto ad esse, indifferente ed estraneo. All’impero, qui, importa la semplice organizzazione politico-amministrativa e la semplice sovranità giuridica. Esso si comporta rispetto ai singoli popoli così come lo Stato agnostico del liberalismo si comportava rispetto ai singoli, ai quali lasciava fare quel che volevano purchè certe leggi generali venissero rispettate. Nei tempi moderni, un esempio caratteristico di impero di questo tipo è l’impero inglese. Da alcuni, per es., dal Bryce, si è voluto stabilire, a questa stregua, una analogia fra l’impero inglese e quello dell’antica Roma; e anche da noi non sono mancati storici caduti in questo grave errore, per il fatto di aver considerato, nell’antico impero romano, il suo aspetto giuridico e politico, tralasciando, o considerando come irrilevante, ogni presupposto d’ordine superiore, spirituale o religioso. Vero è, invece, che con Roma si delineò già una organizzazione imperiale del secondo tipo, un impero corrispondente, cioè, alla seconda soluzione. È questa la soluzione, nella quale l’unità è determinata dal riferimento a qualcosa di spiritualmente più alto, che non il particolarismo di tutto ciò, che, nei singoli popoli, è condizionato dall’elemento etnico e naturalistico. In Roma antica si ebbe già una realtà di questo genere per una doppia via. In primo luogo, per la presenza di un tipo unico, e di un unico ideale, corrispondente al civis romanus, il quale non era per nulla, come da alcuni si ritiene, una mera formula giuridica, ma una realtà etica, un modello umano di validità supernazionale. In secondo luogo Roma pose quel punto trascendente di riferimento, di cui dicevamo, attraverso il culto imperiale. Il Phanteon romano, come è noto, ospitava i simboli di tutte le fedi e le tradizioni etnico-spirituali delle genti soggette a Roma, che Roma rispettava e perfino tutelava. Ma questa ospitalità e questa protezione avevano per presupposto e per condizione una “fedeltà”, fides, d’ordine superiore. Al di là dei simboli religiosi raccolti nel Pantheon, troneggiava il simbolo dell’imperatore, concepito come “nume”, come essere divino: esso raffigurava la stessa unità trascendente e spirituale dell’impero, perchè l’impero dalla tradizione romana veniva concepito meno come semplice opera umana che come opera di forze dall’alto. La fedeltà a questo simbolo era la condizione. Giurata una tale fedeltà nei termini di un rito sacro, ogni fede o particolare tradizione nei popoli soggetti, semprechè non ledesse o offendesse l’etica e la legge generale romana, era accolta e rispettata. In questi termini, Roma antica ci ha presentato un esempio di organizzazione imperiale di perenne ed universale valore. Basta infatti sostituire alle forme condizionate dal tempo, di una soluzione del genere, altre forme, per allontanare qualsiasi apparenza di anacronismo e per accorgersi che chi, oggi, volesse di nuovo studiare il problema di un impero spirituale, difficilmente saprebbe trovare altre prospettive. Oggi, infatti, molto più anacronistica sarebbe l’idea di una organizzazione super-nazionale basata sull’affermazione di una particolare idea religiosa, sia pure quella cristiana. Non vi è chi possa sensatamente pensare, oggi, all’attualità e al ritorno di un impero sul tipo di quello spagnolo, supercattolico e inquisitoriale di Carlo V: ma anche all’infuori di questa forma estremistica, ma pur coerente, altre formule, più vaghe e “intellettuali”, di unità supernazionale su base unilateralmente religiosa palesano, di fronte ad un’analisi approfondita, lo stesso difetto. In un grande quadro d’insieme, non si può dimenticare che di tradizioni religiose ne esistono molte, e spesso di dignità e di elevatezza spirituale quasi pari. Se l’impero dovesse usar violenza su di esse nel realizzare la sua unità definita dall’affermazione e dal riconoscimento di una soltanto di tali fedi, allora è chiardo che noi avremmo dinnanzi assai più un esempio di settarismo, che non di universalismo spirituale. Già l’esempio imperiale che si preannuncia col fascismo ci indica, del resto, un superamento di questa prospettiva. Infatti nell’impero fascista il cattolicesimo è la religione nazionale del popolo italiano; ma l’impero fascista si dichiara simultaneamente protettore dell’Islam, e, ora, ha riconosciuto e rispettato la stessa religione copta. Ciò altro non significa, se non, che già col fascismo si afferma l’esigenza di un punto di riferimento che stia al di là di quello di una particolare fede religiosa. Diciamo “al di là” non “al di fuori”, perchè non bisogna dimenticare che il fascismo ha anche una sua etica, una sua spiritualità, un suo tipo umano, una sua aspirazione a tradurre, nei termini di una volontà dominatrice , il senso di una realtà permanente e universale. Non può dunque trattarsi soltanto di rispetto indifferentistico e agnostico sul tipo della prima delle due soluzioni sopra indicate: bensì del principio di una realizzazione di ordine più alto e “romano”. Riconosciuto ciò, il problema generale dei presupposti spirituali dell’impero è quello di definire il principio, in funzione del quale si puà avere, simultaneamente, riconoscimento e superamento di ogni particolare fede religiosa delle nazioni da organizzare. Questo è il punto fondamentale. L’impero, infatti, nel senso vero, può esistere solo se animanto da un èmpito spirituale, da una fede, da qualcosa che si rivolge alle stesse profondità spirituali, dalle quali la stessa religione prende vita. Senza di ciò, non si avrà mai che una creatura di violenza- l’”imperialismo”- e una meccanica, disanimata superstruttura. È perciò necessario captare- se così si può dire- le stesse forze agenti nelle fedi, senza però che queste fedi ne risultino comunque lese, ma invece, integrate e riportate ad un più alto livello. Ora, a tanto, esiste una via: essa ci è dischiusa dalla concezione, secondo la quale ogni tradizione spirituale e ogni particolare religione non rappresenta che l’espressione varia di un contenuto unico, anteriore e superiore a ciascuna di tali espressioni. Saper risalire fino a questo contenuto unico e, per dir così, super-tradizionale, significherebbe anche raggiungere una base atta ad affermare una unità che non distrugge, bensì integra, ogni particolare fede e che può definire una “fedeltà” imperiale, nel riferimento, appunto, a quel contenuto superiore. Trascendere, nella sua etimologia latina, significa: “superare ascendendo”.
Julius Evola August 10 Lettera di Tolkien al figlio Christopher"Mi chiedo (se sopravviveremo a questa guerra) se resterà una nicchia, anche scomoda, per gli antiquati reazionari come me (e te). I grandi assorbono i piccoli e tutto il mondo diventerà più piatto e più noioso. Tutto diventerà una piccola, maledetta periferia provinciale. Quando avranno introdotto il sistema sanitario americano, la morale, il femminismo e la produzione di massa dell'est, nel medio Oriente, nel lontano Oriente, nell'Urss, nella pampa, nel Gran Chaco, nel bacino danubiano, nell'Africa equatoriale, nelle terre più lontane dove esistono ancora stregoni, nel Gondhwanaland, a lhasa e nei villaggi del profondo Berkshire, come saremo tutti felici. Ad ogni modo, questa dovrebbe essere la fine dei grandi viaggi. Non ci saranno più posti dove andare. E così la gente (penso) andrà più veloce. Il colonnello Knox dice che un ottavo della popolazione mondiale parla inglese e che l'inglese è la lingua più diffusa. Se è vero, che vergogna - dico io. Che la maledizione di Babele possa colpire le loro lingue in modo che possano solo dire "baa baa". Tanto è lo stesso. Penso che mi rifiuterò di parlare se non in antico merciano. Ma scherzi a parte: trovo questo cosmopolitanesimo americano terrificante. (da "La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973", Rusconi, 1990, p. 76)
July 29 La guerra d’Israele e i crimini contro bambiniLa strage di innocenti, siglata e firmata dalla Stella di David continua imperterrita e senza alcun impedimento occidentale e soprattutto sotto la cappa di silenzio vergognoso dei media. Questi missili, che stanno massacrando giorno dopo giorno i bambini libanesi (e prima di loro i bambini palestinesi, e domani quelli siriani e dopodomani pure quelli iraniani) portano, oltre al sigillo di Salomone, le firme di altri bambini, questa volta israeliani. Bambini israeliani che si divertono a scrivere sui missili che andranno ad ammazzare bambini arabi
Un rituale criminoso. Un doppio crimine contro l’umanità: quelle bombe andranno infatti a devastare e ammazzare altri esseri viventi innocenti, e quei bambini che sorridono divertiti dal gioco delle firme e dei messaggi, parteciperanno seppur inconsapevolmente, alla tragedia immane. I bambini, sono gli esseri innocenti che pagano sempre il prezzo più alto di tutti: quelli che vengono dilaniati esternamente dalle bombe che piovono dal cielo, quelli che sopravvivono ma che non troveranno più la famiglia, e quelli infine che vengono dilaniati interiormente da bombe ideologiche, razziali, religiose e culturali fatte esplodere appositamente al loro interno… Quest’ultima strategia è molto radicata negli ambienti estremistici in medioriente, sia da parte islamica che ebraica. Un giorno di purezza per gli ebrei Lo stesso anno (1989) sulla rivista Ha’aretz, il quotidiano più prestigioso d’Israele apparve un'altra poesia, questa volta la versione laica di una preghiera che, incorniciata, era esposta, pensate voi, nell’edificio della pubblica amministrazione israeliana della striscia di Gaza.
«Sì, è vero che odio gli arabi Questa poesia, se così possiamo chiamarla, dice tutto su coloro (per fortuna una stretta minoranza) che attualmente controllano l’amministrazione israeliana, e che ipocrisia per ipocrisia, sono gli stessi che etichettano di antisemitismo coloro che hanno il coraggio di criticare la politica guerrafondaia e xenofoba. Visto che gli arabi sono semiti, chi odia gli arabi è un antisemita per definizione!!!
Avrete capito, mi auguro, che non c’entrano nulla i soldati rapiti, le minacce di Ahmadinejad, il nucleare iraniano, gli hezbollah, ecc.: il vero pericolo per il Medioriente, e per la stessa esistenza di Israele viene proprio dal suo interno: le correnti estremiste ortodosse talmudiche che (si considerano gli eletti) e considerano i cristiani e in particolar modo i non-giudei, dei gentili (goi, goym); termine questo usato nel Talmud (Scioscen Ammispat 34,22) nel significato dispregiativo e di «cattiveria»… L’Arabia Saudita è culo e camicia con gli Stati Uniti, l’Egitto non ne parliamo, l’Iraq di Saddam Hussein è stato democratizzato (seppur con qualche danno collaterale: 250-300 mila morti civili, tra cui donne e bambini!!!), la Siria e il Libano (li stanno sistemando in questi giorni) non hanno alcun esercito, per cui rimane solamente la teocrazia di Ahmadinejad, il nuovo Hitler. Ecco perché l’attacco al Libano, ed ecco perché le bombe sulla popolazione civile apriranno un varco verso la Siria, accusata - guarda caso - di non voler frenare gli Hezbollah, e qui magicamente altre bombe apriranno un altro varco verso l’Iran, accusato - guarda caso - di armare gli Hezbollah e dotarsi della bomba atomica (Israele, violando i Trattati di Non Proliferazione Nucleare ne ha solamente 250 nel proprio corredo). In tutto questo bailamme, in tutti questi disastri umanitari coloro che ci vanno di mezzo sono sempre i bambini innocenti: da una parte o dall’altra, sia che si tratti di un bambino libanese, israeliano, siriano, iraniano o palestinese! «Se non diventerete come dei bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli» Forse qualcuno non vuole farci entrare nel Regno dei Cieli?
Marcello Pamio
June 19 La luna ed il cavaliere del Sole
"Vai cavaliere per il tuo sentiero, dipingi il tuo scudo d'argento e di nero. Vieni vicino, ti voglio parlare: la via per il cielo ti voglio indicare. Aspetta che il giorno reclini la testa e la notte accenda luci di festa; io son la Luna che nasce la sera, tu sarai il mio sposo in questa notte nera. Ma se vuoi regnare sulla notte e sul gelo uccidi il tuo re: sarai padrone del cielo, ed il suo sangue -il sangue del Sole- racchiudi in uno scrigno ricoperto di viole. Poi la tua spada getta dentro il lago: sarà trasformata in smeraldi dal mago. Ed io -la Luna- splenderò in eterno e l'alba più non scioglierà il ghiaccio dell'inverno". "No, Luna, no, io sono un cavaliere, non posso al tuo calice, avido, bere! Mi offri il tuo corpo, mi offri le stelle, potere sul mondo, le cose più belle, ma ancora più bella per me è la mia fede, la sabbia e la terra che calpesta il mio piede, il Sole del giorno che inonda la terra: questo è il mio re, per lui farò la guerra! Io l'ho giurato alla primavera: difenderò i suoi fiori dalla fredda sera; Io l'ho giurato all'estate calda: avrà i suoi figli il pesco e fiorirà la malva; Io l'ho giurato all'autunno mite: avrà le foglie gialle e frutterà la vite; Io l'ho giurato anche al vecchio inverno: col buio e con il gelo combatterò in eterno! Io sono nato con il Sole nel cuore non morirà il mio re ma il cavaliere muore". "No, non aprirti le vene stasera, chiudi la ferita il tuo sangue m'acceca, se il Sole è nel sangue tornerà la primavera ecco che albeggia e muoio io con la sera".
Amici del Vento May 29 Altri tempi...«Tra tutti, soltanto l'uomo istruito, anche quando si trova in luoghi stranieri e lontano dai familiari e dai vicini, senza il conforto degli amici, si sente cittadino in qualunque città e può affrontare senza paura le difficoltà della sorte; invece chi conta di essere protetto non dalle risorse della conoscenza ma dalla ricchezza, percorrendo strade incerte, si troverà ad essere tormentato da una vita instabile e insicura» (Teofrasto)
«...Infatti tutti i doni della fortuna così come ci vengono dati, da essa ci vengono facilmente tolti; le conoscenze radicate nella mente, invece, non vengono meno in nessuna circostanza, restando salde per tutta la vita. Io perciò sono infinitamente grato ai miei genitori, perchè, seguendo la legge di Atene, ebbero a cuore la mia educazione in quell'arte che non può essere ritenuta completa senza la letteratura e una conoscenza enciclopedica di tutte le discipline. infatti, grazie alla cura dei miei genitori e alle dottrine dei maestri, ho arricchito il mio patrimonio di conoscenze occupandomi con piacere di argomenti letterari e tecnici e, attraverso la lettura di commentarii di vario genere, ho predisposto l'animo al possesso di quei beni che producono frutti tali da non farci sentire alcun bisogno di avere di più e da farci capire che la vera ricchezza è proprio quella di non desiderare nulla. Forse qualcuno giudica ciò di poca importanza e ritiene che siano saggi coloro che sono pieni di denaro. Molti, inseguendo questo fine, con intrapendenza, hanno raggiunto insieme alla ricchezza anche la fama. Io, Cesare, mi sono dedicato invece allo studio non per arricchirmi con l'arte, ma ho scelto di vivere povero con onore piuttosto che ricco con infamia.
In questo modo ho conseguito poca fama, tuttavia, con la pubblicazione di questi libri, anch'io sarò, come spero, noto ai posteri. Del resto non c'è da meravigliarsi che io sia sconosciuto alla maggior parte della gente. Gli architetti pregano e brigano per lavorare; ma dai maestri mi è stato insegnatoche bidogna fare in modo di essere pregati e non di pregare; perchèil colore naturale del volto viene alterato dalla vergogna quando si chiede una cosa che desta sospetti...»
«...Gli uomini: pur essendo concepiti secondo un'unica forma e in un unico luogo dell'universo, alcuni, a causa del calore della regione, a contatto con l'aria emetteranno un suono acuto, altri, a causa dell'abbondante umidità, emetteranno suoni più gravi. Ugualmente in virtù del clima, i popoli meridionali per avere una mente più acuta, grazie al calore, sono spinti a prendere decisioni in modo più facile e più veloce, mentre le genti del settentrione, influenzata dalla pesantezza del clima, per la difficoltà prodotta dall'aria fredda e umida, hanno le menti intontite. Ciò si può vedere anche nel comportamento dei serpenti che mentre si muovono con grande agilità quando, a causa del calore hanno perso l'umidità, rimangono immobili per il torpore in autunno e in inverno, stagioni fredde per il cambiamento del clima. Non c'è da meravigliarsi che il caldo renda più pronte le menti degli uomini e che e che al contrario il freddo le renda pigre. Le genti del meridione, pur avendo una mente acuta ed essendo molto veloci nel decidere, sottoposte a una prova di di resistenza soccombono, perchè il sole ha bruciato il vigore dei loro animi; invece le genti nate nelle regioni fredde sono più preparate allo scontro delle armi; sono di grande coraggio e non hanno paura ma, a causa della poca vivacità della mente, bettandosi senza prudenza e senza astuzia, agiscono contro i loro stessi propositi. poichè le cose sono state disposte in questo modo dalla natura, tutti i popoli, per i naturali squilibri, sono diversi tra loro; fra tutti solo il popolo romano, in verità occupa i territori le regioni centrali. Infatti le genti italiche, stando nel centro, quanto alla forza sono molto equilibrate, sia per la struttura dei corpi che per il vigore degli animi. Come la stella di Giove acquista una temperatura giusta durante la sua corsa tra quella caldissima di Marte e quella freddissima di Saturno, così l'Italia, trovandosi tra il settentrione e il meridione, ha vantaggi straordinari che derivano dall'equilibriodovuto agli influssi delle due parti. Con accorte tattiche, respinge perciò la forza dei barbari e con mano ferma si oppone alla scaltrezza dei popoli meridionali. Una mente divina dunque ha situato il popolo romano in una regione eletta e temperata affinchè si impadronisse del mondo intero...»
DE ARCHITECTVRA, Vitruvio
May 19 Aereo sul Pentagono? Giornalisti vergognatevi!La categoria dei giornalisti, si sa, non si smentisce mai! Ma come si fa dopo innumerevoli libri pubblicati sull’argomento, decine di migliaia di articoli scritti da giornalisti seri e professionisti, documentari e video gratuiti, dire simili fregnacce all’opinione pubblica? Non sarebbe il caso di vergognarsi un pochino e di cambiare mestiere? Lo dico senza polemica, anche perché questo straordinario filmato inedito, rilasciato per gentile concessione da Donald Rumsfeld, era stato pubblicato in questo sito (Disinformazione) e in quello della rivista Nexus diversi anni fa, e cioè poco dopo l’autoattentato dell’11 settembre 2001 a New York. E non ieri. Forse perché il bubbone della falsità mediatica (a cui voi partecipate attivamente) sta per scoppiare, e quindi le state tentando tutte? Non serve essere dei piloti, per capirlo, ma sforzatevi un attimino. Secondo voi un Boeing 757 lungo 47 metri, largo oltre 40, del peso di 100.000 chilogrammi, ha impattato alla velocità di 800 Km/h in assetto perfettamente orizzontale a pochissimi metri dal terreno, senza nemmeno toccare il prato verde antistante? E chi era il pilota un taliban o il Barone Rosso? Voi, cari giornalisti che partecipate attivamente al “gioco delle parti” avete o no un minimo di coscienza? L’altro ieri la velina che vi hanno messo tra le mani riguardava l’aviaria, l’influenza dei pollastri, ieri vi hanno fornito uno straordinario filmato inedito del Pentagono e voi a testa bassa e senza fare domande le avete veicolate al mondo, pensando solamente allo stipendio di fine mese. E domani cos'altro vi daranno?
Guardate qua: http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=4759&ext=_big.wmv
February 19 «Il potere mondiale è nelle mani delle grandi multinazionali e di alcuni governi nazionali, come quello degli Stati uniti». Intervista a John Pilger, autore del volume «I nuovi padroni del mondo»Chi sono i nuovi padroni del mondo? I nuovi padroni del mondo sono una conventicola di affaristi e strateghi che, oggi come oggi, reggono e definiscono le sorti del pianeta. Detto in parole semplici, questi nuovi padroni sono il frutto dell'unione tra le grandi multinazionali e i governi dei paesi dominanti. Tuttavia, io non condivido l'idea di molti attivisti del movimento contro la globalizzazione neo-liberista, secondo cui lo stato è ormai svanito e ha delegato i suoi poteri alle grandi corporation. Il nuovo grande sistema di dominio nasce proprio dalla commistione e dalla compenetrazione tra questi due attori. L'alleanza tra grandi corporation e poteri statuali non è però un elemento strutturale del capitalismo fin dai suoi esordi? Qual è l'elemento di novità? E' vero che le grandi società si sono sempre appoggiate ai governi per esercitare il proprio potere. Ma è pur vero che la crescita sempre più marcata, a partire dagli anni Settanta, delle grandi multinazionali rappresenta indubbiamente un fenomeno di tipo nuovo. Per riassumere in poche parole questo concetto, possiamo dire che oggi assistiamo alla rigenerazione in una forma nuova e più violenta di un sistema di vecchio tipo. La guerra al terrorismo non sarebbe quindi altro che una riedizione delle classiche guerre imperialiste del XIX secolo? Per quanto riguarda gli obiettivi che si prefigge, ossia il controllo delle riserve strategiche del pianeta, sicuramente sì. Quello che cambia, tuttavia, sono i termini in cui si estrinseca il nuovo apparato della propaganda. Oggi, dopo l'11 settembre, il nuovo grande nemico è il terrorismo non statuale. Il che spinge a passare completamente sotto silenzio un altro tipo di terrorismo, ugualmente se non più nocivo: quello perpetrato dagli stati. Dalla seconda guerra mondiale in poi la politica estera degli Stati uniti è costellata di atti di terrorismo puro contro le popolazioni civili dei paesi non allineati ai loro interessi: il barbaro bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki ha inaugurato una lunga scia di sangue e di violenze. Gli attori internazionali sono ormai definiti «terroristi» sulla base del loro livello di adesione agli interessi strategici degli Stati uniti o delle potenze dominanti. La cosa interessante è che la parola è stata per la prima volta utilizzata dagli inglesi negli anni Quaranta per descrivere le azioni delle organizzazioni clandestine sioniste nella Palestina sotto mandato britannico. Ora, come per magia, la situazione si è rovesciata: Israele - che viola diverse risoluzioni internazionali, si macchia impunemente di esecuzioni extra-giudiziarie e continua a portare avanti un'occupazione omicida - non è terrorista, mentre i palestinesi sono sempre e comunque terroristi. La propaganda si basa proprio su questo: sulla demonizzazione del nemico o del dissidente. Che ruolo hanno i media nel diffondere tale propaganda? I media sono parte integrante di quelli che ho definito i «nuovi padroni del mondo». Il loro potere è effettivamente di tipo nuovo, viste le capacità tecnologiche e la possibilità di influenzare l'opinione pubblica che hanno acquisito negli ultimi anni. Basti pensare al tentato putsch in Venezuela contro Hugo Chavez dell'aprile scorso: è stato orchestrato e organizzato prevalentemente dai media, che hanno scatenato una furiosa campagna di diffamazione contro il presidente. O, per rimanere in Italia, basti pensare a Silvio Berlusconi, che controlla direttamente i media privati e influenza la programmazione di quelli pubblici. Gli stessi Stati uniti, che tanto si vantano della loro «informazione libera», hanno forse il sistema mediatico più chiuso del mondo. I media sono ormai totalmente controllati dal capitale e rappresentano un vero e proprio potere politico. La loro capacità di penetrale nella società civile è un elemento nuovo e estremamente pericoloso. Nel suo libro insiste nel sottolineare come il sistema politico americano sia bloccato in una sorta di competizione fittizia tra democratici e repubblicani. Davvero crede che non ci sia alcuna differenza tra i due schieramenti? Il grande errore in cui incorrono anche i pensatori più progressisti sta nel cercare di fare distinzioni tra le diverse amministrazioni americane. Io sono pronto a scommettere che, se l'11 settembre al potere ci fosse stato Bill Clinton, avrebbe seguito più o meno la stessa politica di Bush. Basta guardare il bilancio della sua amministrazione, che è costellato di violenze, intimidazioni e attacchi unilaterali nei confronti di paesi terzi. E' stato Clinton ad aver avviato lo spaventoso incremento del budget militare. E' stato sempre lui ad aver completato l'opera di smantellamento dello stato sociale avviata durante la presidenza di Ronald Reagan. Madeleine Albright è stata probabilmente il segretario di stato più unilateralista che abbiano avuto gli Stati uniti negli ultimi decenni, e si colloca decisamente più a destra di Colin Powell. Anche il bilancio dell'ex presidente Jimmy Carter, che ha appena ricevuto il premio Nobel per la pace, è tutt'altro che roseo da questo punto di vista: tra le altre cose è stato lui a chiamare come consigliere alla sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski, un fiero sostenitore dell'egemonia imperiale Usa molto apprezzato oggi dall'amministrazione Bush. Lo stesso discorso vale per la Gran Bretagna: la distinzione tra i governi Tory e l'attuale governo Labour è assolutamente fuorviante. Per molti aspetti, Tony Blair è molto più estremista di Margaret Thatcher. Questa distinzione fa parte di una precisa ideologia di stato, basata su una falsa competizione tra due fazioni, che in realtà non sono altro che due facce della stessa medaglia. L'idea secondo cui esistono differenze tra democratici e repubblicani o tra conservatori e laburisti è un'idea romantica. Eppure, è innegabile che l'amministrazione Bush ha impresso una notevole accelerazione sulla questione irachena... La nuova amministrazione è dominata da persone legate a grandi compagnie petrolifere, interessate per lo più ad accaparrarsi il petrolio iracheno, che rappresenta la seconda più importante riserva per quantità e la prima per qualità del greggio. Ma Washington ha sempre voluto controllare l'Iraq. Fino al 1991 Saddam Hussein ha svolto egregiamente il compito per cui era stato messo a quel posto dalla Cia: evitare la disgregazione del paese e dare facile accesso alle riserve petrolifere. Oggi, gli Stati uniti stanno semplicemente cercando un nuovo Saddam, ed è grottesco il balletto di candidati che vanno e vengono da Washington e Londra per essere assunti a coprire tale incarico: ex generali, affaristi, traffichini di ogni sorta, come i membri dell'Iraqi National Congress di Ahmed Chalabi. Al di là di questo, gli obiettivi della politica Usa nei confronti dell'Iraq sono sempre gli stessi: evitare la formazione di uno stato kurdo nel nord e di un'entità sciita al sud che potrebbe unirsi all'Iran. E, al contempo, assicurarsi il pieno e totale controllo delle riserve petrolifere del Medioriente. Che ruolo ha Israele in questo disegno strategico? Israele ha un ruolo ben preciso, che è quello di fedele alleato di Washington nella regione. Lo stato israeliano rappresenta una costante minaccia e un elemento di permanente e continua intimidazione per tutti i paesi circostanti: l'Egitto, la Siria, la Giordania. E non per altro gli Stati uniti appoggiano incondizionatamente i governi israeliani, siano essi del Likud o dei laburisti, che ancora una volta - come nel caso degli Stati uniti e del Regno unito di cui abbiamo parlato prima - non sono altro che due facce di un'identica medaglia. Quanto ai palestinesi, non hanno petrolio e sono quindi per l'amministrazione statunitense privi di qualsiasi interesse
February 10 Modernismo e TradizioneIo uso la metafora del treno. Noi siamo su un treno che va a velocità folle, che non ha il macchinista e che non si sa dove stia andando. Certo non è indifferente che sul treno i viaggiatori siano sistemati un po' meglio, perchè ce ne sono alcuni che sono sistemati in poltrona, altri stanno sugli strapuntini, altri sui corridoi, parecchi sono stipati sui cessi,molti sono metà fuori dai finestrini e molti altri ancora, forse la maggioranza, cadono a getto continuo e vanno a sfracellarsi sulla massicciata. E certo ha un qualche interesse che i controllori facciano più acuratamente il loro lavoro, perchè c'è molta gente, e spesso è quella meglio sistemata, che non paga il biglietto. Ma il problema di fondo è tutto un altro e sta nella domanda:dove cavolo sta andando il treno? Il treno è il modello tecnologico-scientifico, o se si preferisce l'industraialismo che preso l'abbrivio tre secoli fa, ha via via assunto un'accelerazione insostenibile tale da far ritenere, secondo le leggi della dinamica, della fisica e della logica, che prima o poi deraglierà o andrà a sbattere da qualche parte.E non un problema dei posteri a cui si potrebbe rispondere con la cinica, quanto ottusa,battuta: "che cosa hanno fatto i posteri per noi?" E' un problema nostro.
Alla velocità cui andiamo noi siamo già i nostri posteri. Già ora l'incredibile accelerazione del treno fa star male tutti i viaggiatori, anche quelli che sul treno sono piazzati meglio, se è vero che negli USA, punta di lancia dell'industrialismo, 598 americani su mille usano abitualmente psicofarmaci, il che vuol dire che nel paese più ricco e benestante del mondo una persona su due non regge la società in cui vive. Io credo quindi che la lotta mortale non sarà più tra destra e sinistra, ma tra modernisti e antimodernisti, cioè tra coloro, e sono per ora la stragrande maggioranza, che affascinati come bambini dalla velocità del treno vogliono continuare su questa strada e quelli che intendono fermare il treno o comunque fargli imboccare qualche linea laterale.In quest'ottica la destra e la sinistra sono la stessa cosa, perche sia la sinistra che la destra(almeno quella liberale, liberista e conservatore oggi dominante)sono le figlie della rivoluzione industriale e dell'Illuminismo che l'ha razionalizzata.E se un torto ha la destra italiana è quello di avere abbandonato le componenti francamente reazionarie del grande pensiero di destra (Burke, Guenon,De Maistre un certo Evola ma anche Mosca, Pareto e Pasolini per fare qualche nome) inginocchiandosi riverente davanti alle City di Londra e di new York. Per restare sul treno modernista e avere la soddisfazione di premere qualche bottone inerte (infatti il treno, alias il modello tecnologico-industriale, viaggia assolutamente per conto suo fregandosene totalmente delle mosche cocchiere di destra o di sinistra che hanno la comica presunzione di dirigerlo) la destra italiana ha lasciato cadere quanto di meglio, di più postmoderno, e quindi di attualissimo c'è nella sua storia.Non è così in molti altri paesi del cosiddetto Occidente dove movimenti antimoderni esistono. di questo segno è l'ambientalismo radicale (che non ha niente a che vedere col nostro, che con il solito spirito compromissorio vorrebbe accomodare l'ecologia con la crescita esponenziale del PIL) dei verdi svedesi, norvegesi, tedeschi che lavorano per un ritorno graduale, ragionato e limitato a forme di autoproduzione e autoconsumo.Un radicalismo verde è forte negli Stati Uniti e si unisce alle correnti di pensiero del bioregionalismo (che sposa ecologismo e localismo) e al "comunitarismo" di MC Intyre. Ma l'antimodernismo è presente, anche se in modo più criptico, nel fenomeno della rinascita dei nazionalismi, dei localismi delle piccole patrie che attraversa il globo dal Quebec a Terranova, alla riscoperta dell'orgoglio pellerossa, alla disntegrazione dell'URSS, alla Cecenia, alla Transilvania, alla Moldavia, alla Provenza e prosegue attraverso i tradizionali irredentismi baschi irlandesi e corsi, giù, giù finoalla Lega di casa nostra (anche se Bossi non lo sa). Il localismo è antimodernista per due motivi. il primo è che si tratta di un fenomeno centrifugo che si oppone alla terrificante utopia ( di origine illuminista) dell'Unico Stato mondiale, Unico governo mondiale,Unica polizia mondiale,Unico mercato mondiale e Unico individuo mondiale: il consumatore.Il secondo è che nel localismo sta nascosto un antindustrialismo. Se infatti essenza del localismo è la riscoperta dell'identità, allora il localismo non può accettare che da Ulaan Bator a New York, da pieve di Cadore a Mosca, si sia tutti battezzati in un mare di Coca Cola, usando tutti gli stessi oggetti, avendo tutti gli stessi consumi e costumi e vivendo tutti secondo le stesse logiche. i più consapevoli di questo aspetto del localismo mi paiono gli indipendentisti Corsi dell'ultima generazione (i terroristi gentili come li chiamo io perchè fanno saltare i Club Mediterranèe avendo però gran cura di non torcere un capello alle persone) la cui proposizione di fondo è questa:"Anche noi vogliamo lo sviluppo ma a modo nostro, secondo il nostro territorio, il nostro habitat le nostre tradizioni. Se ciò vuol dire meno sviluppo e magari un ritorno alla ghiacciaia a noi sta bene". Massimo Fini
February 09 Lettera Capo indiano Seattle
Nel 1854 il Grande Capo Bianco in Washington (Douglas) fece una offerta per una vasta area di terra indiana e promise una riserva per il popolo indiano. La risposta del Capo indiano Seattle è stata descritta come il più bello e profondo documento sull’ambiente mai fatto. Noi possiamo essere fratelli dopo tutto. Come puoi tu comprare o vendere il cielo, il calore della terra? L’idea è strana per noi. Se non possediamo la freschezza dell’aria e lo scintillio dell’acqua, come puoi tu comprarli? Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo, ogni ago di pino luccicante, ogni spiaggia sabbiosa, ogni pioggerella nei boschi ombrosi, ogni libero e ronzante insetto è santo nella memoria e nell' esperienza del mio popolo, la linfa che scorre negli alberi trasporta le memorie dell’uomo rosso . I morti della razza bianca dimenticano il paese dove sono nati quando vanno a dimenticare tra le stelle . i nostri morti non dimenticano mai questa magnifica terra perché essa è la Madre del popolo rosso . Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi . I fiori profumati sono nostri fratelli; il cervo, il cavallo, la grande aquila, sono nostri fratelli . Le montagne rocciose , la rugiada dei prati, il caldo corpo del pony e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia. Così, quando il grande Capo in Washington dice che desidera comprare la nostra terra, chiede molto da noi . Il Grande Capo dice che riserverà un posto dove noi potremo vivere in modo confortevole . Egli sarà nostro Padre e noi saremo i suoi figli . Così noi considereremo la vostra richiesta di comprare la nostra terra. Ma ciò non sarà facile . Perché questa terra è sacra per noi . Quest’acqua luccicante che scorre nei ruscelli e nei fiumi non è soltanto acqua, ma è il sangue dei nostri antenati. Se vi vendiamo della terra, voi dovete ricordarvi che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ciascun pallido riflesso nell’acqua chiara dei laghi narra gli eventi e le memorie della vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono nostri fratelli, essi placano la nostra sete, trasportano le nostre canoe e cibano i nostri figli. Se ti vendiamo la nostra terra, devi ricordarti ed insegnare ai tuoi figli che i fiumi sono nostri fratelli come pure vostri, e dovete d'ora in avanti essere gentili con i fiumi, come lo siete con un fratello. Sappiamo che l’uomo bianco non capisce il nostro vivere e pensare . Ogni pezzo di terra ha lo stesso valore di un altro. La terra non è sua sorella ma suo nemico, e quando l’ha conquistata, se ne va! Lascia le tombe dei suoi padri alle spalle, senza preoccuparsi . Porta via la terra dei suoi figli, senza pensarci. La tomba di suo padre ed il luogo di nascita dei suoi figli sono dimenticati. Egli tratta sua Madre, la Terra, e suo Padre, il cielo, come cose che si possono comprare, saccheggiare, vendere come pecore o perline bianche. Il suo appetito divorerà la terra e lascerà solo un deserto. Io non so, il nostro modo di vivere è diverso dal vostro. La vista delle vostre città fa male agli occhi dell’uomo rosso. Ma forse perché l’uomo rosso è un selvaggio e non capisce. Non c’è un posto tranquillo nella città dell’uomo bianco. Nessun posto dove udire il fruscio delle foglie a primavera o il ronzio delle ali d’un insetto . Ma forse perché io sono un selvaggio e non capisco. Solo il rumore che sembra insultare le orecchie. E cosa c’è li da vivere se un uomo non può udire il pianto solitario di un uccello o i discorsi delle rane intorno ad uno stagno di notte ? Io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il dolce suono del vento che batte sulla faccia di uno stagno ed il profumo dello stesso vento, pulito da una pioggia di mezzogiorno o profumato dall’essenza di pino. L’aria è preziosa all’uomo rosso, diventa con tutte le cose lo stesso respiro; l’animale, l’albero, l’uomo, tutti dividono lo stesso respiro. L’uomo bianco sembra non notare l’aria che respira; come un uomo in agonia per molti giorni, egli è intorbidito dalla puzza. Ma se noi ti vendiamo la nostra terra, devi ricordare che l’aria è preziosa per noi, che l’aria divide il suo spirito con tutta la vita che vivifica. Il vento che diede a nostro nonno il suo respiro riceve anche il suo ultimo respiro . E se ti vendiamo la nostra terra, tu devi conservarla come una cosa sacra, come un luogo dove anche l’uomo bianco può andare a gustare il vento profumato dai fiori del prato. Così prendiamo in considerazione la tua offerta per comprare la nostra terra . Se noi tutti decidiamo d’accettarla, io metterò una condizione : l’uomo bianco deve trattare gli animali come i suoi fratelli . Sono un selvaggio e non capisco un modo diverso d’agire . Ho visto migliaia di bufali marcire nella prateria, lasciati dall’uomo bianco che li aveva colpiti da un treno in corsa . Sono un selvaggio e non capisco come il cavallo di ferro fumante possa essere più importante del bufalo che noi uccidiamo solo per poter sopravvivere. Cos’è l’uomo senza gli animali ? Se tutti gli animali se ne andassero, l’uomo morirebbe per una grande solitudine di spirito. Qualunque cosa succeda agli animali presto succede all’uomo. Tutte le cose sono collegate. Voi dovete insegnare ai vostri figli che la terra sotto i loro piedi è la cenere dei loro antenati. Così essi rispetteranno la terra . Dite ai vostri bambini che la terra è ricca delle vite dei loro parenti. Insegnate ai vostri figli ciò che noi abbiamo insegnato ai nostri figli, che la terra è nostra Madre. Qualsiasi cosa succeda sulla Terra succede ai figli della Terra . Se gli uomini sputano sulla Terra sputano su se stessi. Questo sappiamo: la Terra non appartiene all’uomo, l’uomo appartiene alla Terra . Questo sappiamo : tutte le cose sono legate come il sangue che unisce una famiglia. Tutte le cose sono legate. Qualsiasi cosa succeda alla Terra succede ai figli della Terra. Un uomo non tesse la trama della vita : egli è solamente un filo in essa . Ciò che fa alla trama fa a se stesso . Anche l’uomo bianco il cui Dio cammina e parla come lui da amico ad amico, non può essere esente dal comune destino . Noi possiamo essere fratelli dopo tutto ! Vedremo. Una cosa sappiamo che l’uomo bianco può un giorno scoprire : il nostro Dio è anche suo Dio . Voi potete pensare ora di possederlo così come desiderate d’avere la nostra terra, ma non potete . Egli è il Dio dell’uomo e la sua compassione è uguale per l’uomo rosso e per il bianco . Questa Terra è preziosa a Dio e il danneggiare la Terra è accumulare disprezzo sul suo Creatore . Gli uomini bianchi pure passeranno, forse più presto di tutte le altre tribù. Contaminate il vostro letto e una notte soffocherete nella vostra immondizia. Ma mentre morirete voi brillerete bruciati dalla forza del dio che vi ha condotto in questa Terra e che per un qualche speciale disegno vi ha dato il dominio su questa terra e sull’uomo rosso . Quel destino è un mistero per noi per cui noi non capiamo, quando i bufali sono massacrati, i cavalli selvaggi domati, gli angoli remoti dei boschi resi pesanti dall’odore di molti uomini e le colline macchiate da fili parlanti. Dov’è il bosco? Sparito. Dov’è l’aquila? Sparita. E' la fine del vivere e l'inizio della sopravvivenza.
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